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- Verso una medicina più saggia -

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Un po’ di saggezza in medicina

 

La slow medicine sbarca anche oltreoceano. Perfino negli Stati Uniti, patria della medicalizzazione e del business della sanità, ci si comincia a domandare se troppa medicina non finisca spesso per far male. E colpisce che a farlo non siano solo gli enti governativi, che hanno iniziato a mettere paletti agli screening indiscriminati o ripetuti troppo di frequente. Ora a porsi la questione sono i medici stessi, a cui si attribuisce l’80 per cento della spesa sanitaria, in un contesto in cui si stima che il 30 per cento circa di questa spesa vada sprecata, perché destinata a esami o trattamenti che non solo non servono al malato, ma possono potenzialmente danneggiarlo.  Per voce di nove loro società scientifiche, alcune delle più importanti categorie di specialisti (dai cardiologi ai gastroenterologi, dagli oncologi ai radiologi e cardiologi nucleari, dagli allergologi ai medici di famiglia) hanno aderito alla campagna Choosing Wisely, perché le scelte sulla salute siano appunto fatte con saggezza. I partecipanti hanno deciso di scendere in campo perché si tenga conto davvero delle esigenze di un paziente che, a parole, dovrebbe essere sempre tenuto al centro del processo decisionale, ma che, nei fatti, non lo è quasi mai.

Concretamente, ciascuna società scientifica ha individuato nel proprio campo d’azione cinque esami, trattamenti o procedure, che appartengono alla routine clinica, ma di cui andrebbe discussa la reale utilità nei diversi casi. I cardiologi, per esempio, hanno puntato i riflettori sui test da sforzo ripetuti in persone senza sintomi e i medici di famiglia su lastre e TC effettuate per lombalgie che durano da meno di sei settimane, senza altri sintomi sospetti. Un disturbo così comune da essere il quinto in ordine di frequenza tra le ragioni per cui si va dal dottore.

«Speriamo che il fatto di concentrarci su pochi punti, che pesano però molto in termini di popolazione generale, aiuti le persone a capire che lo scopo principale dell’iniziativa non è solo quello di risparmiare risorse da indirizzare verso settori in cui mancano, ma soprattutto di migliorare la gestione e la cura del singolo paziente» ha spiegato Christine K. Cassel, dell’American Board of Internal Medicine (ABIM) Foundation, dalle pagine del Journal of the American Medical Association.  «Per questo le raccomandazioni di ogni società sono accompagnate dalla descrizione delle modalità con cui si è giunti a formularle e dai riferimenti agli studi su cui ci si è basati».

La crisi economica che impone dei tagli potrebbe quindi rivelarsi un’opportunità per migliorare e rendere più equa la distribuzione delle cure rispetto alla situazione odierna, in cui larghe fasce della popolazione soffrono per un eccessivo ricorso ai servizi sanitari, mentre altre ne sono carenti. Occorre diffondere il concetto che in medicina spesso “Less is more”, come titolava una serie di articoli pubblicati sugli Archives of Internal Medicine: quando sembra di fare meno, talvolta si fa di più per il malato e la sua qualità di vita. «Molto spesso però non è facile per gli stessi medici, anche quando ne sono convinti, spiegare questo concetto ai loro assistiti, che portano in ambulatorio le convinzioni assimilate grazie alle campagne promozionali che bombardano il pubblico cercando di medicalizzare ogni aspetto della vita» prosegue la Cassel. Uno degli obiettivi di Choosing wisely è anche questo: informare in maniera corretta e adeguata i pazienti per renderli sempre più partecipi delle decisioni che li riguardano.

Ecco perché l’iniziativa prevede che in questo dibattito siano coinvolte le associazioni dei consumatori e i singoli pazienti, anche grazie a materiale prodotto che sarà presto prodotto ad hoc.

«Queste prime società scientifiche che hanno aderito al progetto sono già in grado di raggiungere 374.000 medici statunitensi» conclude l’esperta.  «Ma altre hanno già manifestato il loro interesse nell’iniziativa». E alcuni medici italiani hanno già proposto, sulle loro liste di discussione online, di aderire o seguire l’esempio dei colleghi d’oltreoceano.  Non solo per una questione di sostenibilità, ma soprattutto per contribuire a diffondere una cultura diversa dell’agire medico. Più responsabile e saggio.

 

 

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