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Siamo menti tribali

I geni sono egoisti”. Nelle parole memorabili di Dawkins (1979) I geni possono codificare soltanto per tratti che finiscono per riprodurre copie di se stessi. Dawkins non voleva dire che i geni egoisti creano persone egoiste.

Sì, le persone sono spesso egoiste, e molti aspetti del nostro comportamento morale, politico e religioso possono essere intesi come modi a malapena celati di perseguire l’interesse personale. (basta pensare all’inqualificabile ipocrisia di un gran numero di politici e capi religiosi). Ma è altrettanto vero che le persone sono “gruppiste”. Ci piace entrare a far parte di una squadra, iscriverci a club, leghe e associazioni; assumiamo identità di gruppo e lavoriamo spalla a spalla con estranei per conseguire obiettivi comuni con un entusiasmo tale che le nostre menti sembrano progettati apposta per la cooperazione. Quando dico che la natura umana egoista, intendo dire che la nostra mente contiene una grande varietà di meccanismi che ci consentono di promuovere abilmente i nostri interessi personali, in competizione con i nostri simili.

Quando dico che la natura umana è anche gruppista, intendo dire che la nostra mente contiene una grande varietà di meccanismi che ci consentono di promuovere abilmente gli interessi del nostro gruppo, in competizione con altri gruppi. Non siamo santi, ma a volte siamo bravi a fare il gioco di squadra. Desideriamo promuovere gli interessi del gruppo al quale apparteniamo, anche a costo di qualche sacrificio personale. Persone egoiste e attaccabrighe non possono essere tenute insieme e, senza coesione, non si può portare nulla a compimento. Una tribù che eccelle nelle suffragette qualche volta può espandersi e riuscire vittoriosa sulle altre. Quando i gruppi competono fra loro, il gruppo unito e cooperativo di solito vince, ma all’interno di ciascun gruppo gli individui egoisti (I profittatori) sono avvantaggiati: beneficiano dei miglioramenti ottenuti dal gruppo, offrendo un contributo scarso o nullo agli sforzi collettivi. Quando un gruppo trova il modo di tenere a freno l’egoismo, riesce ad alterare l’equilibrio delle forze: la selezione a livello di individuo diventa meno importante, e quella a livello di gruppo si fa più incisiva.

La morale è la chiave di lettura per comprendere l’umanità e il gruppismo ci ha aiutato a trascendere l’egoismo; a prenderci cura nel gruppo al quale apparteniamo e questo è uno degli ingredienti magici che ha permesso alle civiltà di emergere, diffondersi su tutta la terra e vivere pacificamente nell’arco di poche migliaia di anni.

Il capitale sociale generato dai gruppi locali “ci rende più intelligenti”, più sani, più ricchi e più capaci di governare unademocrazia giusta è stabile. Se le persone non riescono a soddisfare in altri modi il loro bisogno di relazioni profonde, saranno più sensibili a un leader persuasivo che li esorti a rinunciare alla propria vita di “piacere egoistico momentaneo” e a seguirlo verso “quell’esistenza tutta spirituale” in cui è riposto il loro valore di esseri umani.

C’è chi è convinto che la felicità venga da dentro, come il Buddha e i filosofi stoici hanno affermato migliaia di anni fa. “Non riusciremo mai a far sì che il mondo si conformi ai nostri desideri, tanto vale dedicarci a cambiare noi stessi e i nostri desideri”. Io credo che la felicità viene dal mezzo. Viene dal coltivare la giusta relazione fra noi e gli altri, fra noi e il nostro lavoro, fra noi e qualcosa di di più grandi di noi.

Siamo evoluti per vivere in gruppi. La nostra mente è stata progettata non solo per aiutarci a vincere la competizione nell’ambito del nostro gruppo, ma anche per aiutarci ad allearci con le persone appartenenti al nostro gruppo per vincere la competizione con altri gruppi. Abbiamo la capacità (in circostanze particolari) di trascendere l’interesse personale e dissolverci in qualcosa di più grande di noi. Siamo Homo duplex, viviamo la maggior parte della nostra vita nel mondo ordinario (profano), ma raggiungiamo la gioia più grande in quei momenti effimeri in cui entriamo nel mondo del sacro, in cui diventiamo “semplicemente parte di un tutto”.

L‘ossitocina lega le persone ai rispettivi gruppi di appartenenza, non a tutta l’umanità.

I neuroni specchio aiutano le persone a provare empatia nei confronti degli altri, ma soprattutto di coloro che condividono la stessa matrice morale.

Sarebbe bello credere che noi umani siamo stati progettati per amare tutti incondizionatamente. Bello, ma alquanto improbabile da un punto di vista evolutivo. L’amore circoscritto – l’amore all’interno dei gruppi – amplificato dall’affinità, dal senso di un destino comune e dall’emarginazione dei profittatori, potrebbe essere il massimo nel cui siamo capaci. Noi esseri umani abbiamo una capacità straordinaria di prenderci cura di cose più grandi di noi, di raccoglierci intorno queste cose assieme ad altre persone e, così facendo, di unirci in gruppi capaci di portare avanti progetti più vasti. In questo consiste le religione e, con qualche adattamento, anche la politica. Dobbiamo cercare di capire perché le persone scelgono di unirsi in una coalizione politica invece che in un’altra. Ed esaminare soprattutto come l’appartenenza a un gruppo renda cieche le persone davanti alle ragioni e ai principi morali degli avversari, e alla saggezza disseminata tra le varie ideologie politiche.

Verso una politica più civile.

L’idea degli opposti, come lo Yin e lo Yang, deriva dall’antica Cina, ossia da una cultura che ha sempre attribuito grande valore all’armonia di gruppo. Ma nel Medio Oriente dei tempi antichi, laddove il monoteismo ha attecchito per la prima volta, la metafora della guerra era molto più comune di quella dell’equilibrio. La predicazione di Mani, profeta persiano del terzo secolo, dipingeva il mondo visibile come un campo di battaglia sul quale si affrontano le forze della luce (la bontà assoluta) e quelle delle tenebre (il male assoluto).

La dottrina di Mani è poi diventata il manicheismo, una religione che si è diffusa nel Medio Oriente e ha influenzato il pensiero occidentale. Per chi si accosta alla politica in modo manicheo, il compromesso è un peccato.  Dio e il diavolo non si accordano per rilasciare dichiarazioni bipartisan, e lo stesso deve avvenire presso gli uomini.

A partire dai primi anni ’90, la classe politica in Italia (come in altri Paesi) è diventata più manichea. Il risultato è stato un aumento dell’acrimonia e delle situazioni di stallo, e un calo della capacità di trovare soluzioni condivise. Cosa si può fare? Molti sono i gruppi e le organizzazioni che hanno fatto pressioni sui legislatori affinché si possano assumere “impegni di civiltà”, con la promessa di essere “più civili” e di “guardare a ciascuno in termini positivi”. Non credo che questi impegni servono a qualcosa. Per uscire da questo pasticcio, credo che gli psicologi debbano lavorare di concerto con i politologi per individuare gli interventi che indirettamente possono contribuire ad abbattere il manicheismo.

Prima, tanto i progressisti quanto i conservatori, erano presenti in entrambi i partiti: questo rendeva facile formare squadre bipartisan che potevano collaborare alla realizzazione di progetti legislativi. Oggi il più progressista dei repubblicani è tipicamente più conservatore del più conservatore dei democratici. Una volta che i due partiti sono diventati ideologicamente puri – un partito progressista e uno conservatore – l’aumento del manicheismo è stato inevitabile Prima del 1995 i deputati di entrambi gli schieramenti partecipavano agli stessi eventi sociali durante il fine settimana; le loro mogli stringevano amicizia e i loro figli facevano parte delle stesse squadre sportive. Oggi, quasi tutti i deputati arrivano a Roma il lunedì sera, trascorrono tre giorni a consultarsi con i colleghi del proprio schieramento e a battagliare con quelli dello schieramento opposto, e poi prendono il volo di ritorno il giovedì sera.Le amicizie trasversali fra partiti diversi sono in via di sparizione; il manicheismo e la “politica della terra bruciata” sono in ascesa

Il problema non riguarda soltanto i politici. La tecnologia e il cambiamento dei modelli residenziali hanno portato ciascuno di noi a rinchiudersi all’interno di bozzoli abitati da individui che la pensano tutti allo stesso modo. Ad esempio nel 1976 solo il 27% degli americani viveva in contee che avevano espresso un voto per uno dei due partiti maggiori con un margine di vantaggio superiore al 20%. Ma questo valore è progressivamente aumentato negli anni: nel 2008, il 48% degli americani viveva in conte di questo tipo.

La morale unisce e acceca. Noi tutti siamo risucchiati in comunità morali tribali. Gravitiamo attorno a valori sacri e condividiamo argomentazioni post hoc sul perché noi abbiamo regione e gli altri hanno torto. Pensiamo che nell’altro schieramento siano tutti ciechi alla verità, alla ragione, alla scienza e al buon senso, ma in effetti siamo tutti ciechi quando parliamo di ciò che ci è sacro.

Se volete comprendere un gruppo diverso dal vostro, attenetevi al principio di sacralità. Per prima cosa, pensate ai principi morali cercando di individuarne uno o due che hanno il peso maggiore in una particolare controversia. Se davvero volete aprire la vostra mente, prima di tutto aprite il vostro cuore. Se riuscite a instaurare almeno un’interazione amichevole con un membro dell’ “altro gruppo”, scoprirete che è molto più semplice ascoltare ciò che dicono gli altri e, forse riuscirete anche a vedere sotto una luce diversa qualche argomento controverso. Potreste non arrivare a un accordo completo, ma probabilmente passerete da un disaccordo manicheo a un più rispettoso e costruttivo disaccordo yin-yang.

La gente non adotta ideologie affidandosi al caso o assorbendo qualunque idea gli  si pari di fronte. Coloro che hanno ricevuto dei propri geni un cervello che trova un piacere speciale per la novità, la varietà e la diversità, ed è allo stesso tempo meno sensibile ai segnali di una minaccia, sono predisposti (ma non predestinati) a diventare progressisti. Queste persone tendono a sviluppare “adattamenti caratteristici” e “narrazioni di vita” che li fanno trovare in sintonia con le grandi narrazioni proposte dai movimenti politici di sinistra. Coloro che hanno ricevuto dei propri geni un cervello con regolazioni interne opposte alle precedenti sono predisposti, per gli stessi motivi, a trovarsi in sintonia con le grandi narrazioni della destra.

Una volta che si sia scelto di aderire a uno schieramento politico, le persone restano intrappolate nella matrice morale di quella fazione. Vedono ovunque la conferma delle proprie grandi narrazioni ed è difficile – forse impossibile – convincerle di essere in torto se provate a contestarle dall’esterno della loro matrice.

Suggerisco di guardare ai progressisti e ai conservatori come allo yin e allo yang : sono entrambi necessari ad una vita politica prospera. I progressisti sono esperti nella protezione, sono più bravi nel riconoscere le vittime degli ordinamenti sociali vigenti e ci spingono di continuo a rinnovare questi ordinamenti o a crearne di nuovi. Questa matrice morale porta i progressisti ad attestarsi su due posizioni che sono estremamente importanti per il benessere della società:

  1. I governi possono e dovrebbero porre un freno ai super organismi aziendali
  2. Alcuni problemi possono davvero essere risolti mediante una regolamentazione

I libertari e i tradizionalisti rappresentano un essenziale contrappeso ai movimenti di riforma dei progressisti, che tanta importanza hanno avuto in Europa e in America fino dall’inizio del 20º secolo. I libertari hanno ragione nel ritenere miracolosi i mercati, come pure i tradizionalisti hanno ragione quando sostengono che non si possono aiutare le api distruggendo l’alveare.

Così come il manicheismo crescente della vita politica non è qualcosa che si può affrontare firmando petizioni e decidendo di essere più simpatici. La nostra politica sarà più civile quando troveremo il modo di cambiare tanto le procedure per eleggere i politici quanto le istituzioni e gli ambienti all’interno dei quali essi interagiscono.

La morale unisce e acceca.   Ci unisce in schieramenti ideologici che si danno battaglia come se il destino del mondo dipendesse dalla vittoria della nostra squadra. Ci acceca rispetto al fatto che ogni schieramento è composto da brave persone che hanno qualcosa di importante da dire.

La psicologia morale è la chiave per comprendere la politica, la religione e la nostra spettacolare ascesa al dominio del pianeta. Guardatevi da chiunque insista nell’affermare che la morale è unica per tutte le genti, per tutti i tempi e per tutti i luoghi; specie se poi quella morale è fondata su un singolo principio. Le Società umane sono complesse: I loro bisogni e le sfide che devono affrontare sono variabili. Se qualcuno mi dicesse che tutte le società, in tutte le epoche, dovrebbero fare riferimento a una particolare matrice morale, basandosi su una particolare configurazione di principi morali, state pur sicuri di avere a che fare con un fondamentalista, qualunque sia il suo genere. Io sono giunto alla conclusione che esiste una pluralità di ideali, come esiste una pluralità di culture e di temperamenti.

Non si tratta di una pluralità illimitata di valori: il numero dei valori umani, dei valori che possono perseguire mantenendo il mio sembiante umano, il mio carattere umano, è finito – possono essere 74, oppure 122 o 26, ma si tratta comunque di un numero finito. Ciò fa una differenza: se un uomo persegue uno di questi valori, io, che non lo faccio, sono però in grado di capire perché lui lo persegue, o che cosa significherebbe per me, nella sua situazione, essere spinto a perseguirlo. Di qui la possibilità per gli uomini comprendersi vicendevolmente.

Ho detto anche che la morale unisce e acceca. Siamo egoisti e siamo “gruppisti”. La religione ha giocato un ruolo fondamentale nella nostra evoluzione: le menti e le pratiche religiose si sono evolute insieme per realizzare comunità morali sempre più estese, soprattutto dopo l’avvento dell’agricoltura. Si sono poi formati di schieramenti politici con alcuni individui che gravitano a sinistra, mentre altri gravitano a destra. Da cinquant’anni ci dicono che gli esseri umani sono di fatto degli egoisti. Siamo assediati dal reality show ci mostrano il peggio delle persone. Alcuni addirittura ritengono che una donna debba gridare  “al fuoco” per chiedere aiuto nel caso stia subendo una violenza, partendo dal presupposto che, a causa dell’egoismo imperante, non c’è anima viva che si scomoderebbe anche solo per dare un’occhiata se non temessi di trovarsi lui stesso in pericolo. Non è vero. Possiamo anche trascorrere buona parte delle nostre giornate occuparci dei nostri interessi, ma abbiamo tutti la capacità di andare al di là degli egoismi personali e diventare parte di un tutto. Non c’è soltanto una capacità: è il portale per molte delle esperienze più preziose della vita. Tutto questo mi è servito per spiegare il motivo per il quale alcune persone sono divise dalla politica e dalla religione. La ragione non va ricercata, come farebbero i manichei, nel fatto che alcune persone sono buone e altre sono cattive.

Piuttosto, la spiegazione risiede nella natura delle nostre menti, che sono predisposte a farci sentire nel giusto solo all’interno del gruppo cui apparteniamo. Siamo creature profondamente intuitive, il cui ragionamento strategico è guidato dall’istinto. Tutto questo rende difficile (ma non impossibile) trovarsi in sintonia con quanti vivono in base ad altri sistemi morali, spesso costruiti a partire da diverse configurazioni dei medesimi principi a disposizione.

Quindi quando ci troveremo seduti vicino a qualcuno che fa riferimento a un sistema morale diverso, proviamo a non entrare nella conversazione a gamba tesa, a non tirare fuori la morale, almeno fino a quando non avremmo trovato qualche affinità o non avremo in qualche modo stabilito un minimo rapporto di fiducia. Quando arriveremo finalmente a parlare di morale, cerchiamo di cominciare con un elogio o con una sincera espressione di interesse. Siamo tutti bloccati in questa situazione. Cerchiamo di venirne fuori!!!

 

 

 

 

 

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One Response to Siamo menti tribali

  1. Maria Previtali 31 maggio 2018 at 20:03 #

    molto interessante, dà da pensare. Dovrò rileggermelo

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