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Sanità campana, crisi “greca” sempre più vicina

Si fanno sempre più drammatiche le condizioni della Sanità campana (nella foto il palazzo della Regione) , sull’orlo di un fallimento che rischia di trascinare la Regione in una vera e propria “crisi greca”. L’indebitamento complessivo dell’amministrazione ammonta a circa 13 miliardi, sei dei quali imputabili al servizio sanitario. In sostanza non ci sono più soldi, neanche per le operazioni correnti: le Asl hanno i conti bloccati dai creditori per un miliardo e mezzo di euro e le risorse della Regione – che da giugno anticipa la liquidità alle aziende sanitarie per gli stipendi del personale – ammontavano ad agosto a meno di 500 milioni. La strategia messa in campo dall’amministrazione si può riassumere in una parola: resistere. Almeno fino alla prossima settimana, quando il governo deciderà sullo sblocco dei fondi Fas, dai quali dovrebbe arrivare una boccata d’ossigeno. Resistere e tirare la cinghia. Dal 15 settembre Tac, risonanze, ecografie e radiografie non verranno più rimborsate alle strutture convenzionate, causa raggiungimento del tetto di spesa annuale. Dal 6 settembre invece i cittadini di Napoli e provincia sono costretti a pagare di tasca propria i medicinali di fascia A per poi chiedere il rimborso al servizio sanitario: le farmacie infatti sono passate all’assistenza indiretta e ci rimarranno fino a fine ottobre, in segno di protesta contro i ritardi nei rimborsi (le Asl non pagano dal gennaio scorso). Alla Napoli 1, infine, sono ormai mesi che gli stipendi del personale vengono versati con quattro-sei giorni di ritardo, causa mancanza di liquidità.

«Di solito nelle aziende in difficoltà l’ultima cosa che si tocca sono i salari dei dipendenti» è l’amaro commento di Bruno Zuccarelli, segretario regionale di Anaao-Assomed «in Campania è caduta anche questa ultima barriera». Per il sindacalista le responsabilità del dissesto sono innanzitutto politiche: «Questa Regione è commissariata da più di tre anni» ricorda «com’è possibile che nessuno abbia lanciato un allarme per tempo? D’accordo, c’è un problema oggettivo di sottofinanziamento che va risolto in fretta, ma la sanità è vicina al collasso, ai cittadini non sono più garantiti i Lea e ancora manca un piano che disegni una “exit strategy”, che elimini sprechi e abusi, che metta in sicurezza i grandi ospedali e riconverta i piccoli in hospice, Rsa e centri di riabilitazione. Solo interventi episodici e demoralizzanti, come l’aumento dei ticket o il blocco del turn over, a causa del quale ormai negli ospedali campani l’età media del personale medico è tra i 55 e i 57 anni».

E’ evidente che dal 2001 ad oggi, le cose sono andate meglio dove funzionavano, mentre in molte Regioni del meridione d’Italia, ma non solo, quello che ha dominato la scena sono il degrado, l’incuria, le mazzette e l’arrichimento dei privati. Il federalismo sanitario ha spaccato il Paese; chi è stato in grado di responsabilizzare tutti, dai primari fino ai sindaci è riuscito a sopravvivere, chi ha sprecato soldi in clientele e convenzioni è destinato a fare la fine della Regione Campania. Sono in tanti che si vogliono sedere al tavolo dove si spartisce la torta da 100 miliardi di Euro della sanità. Soldi certamente tutti necessari, ma tutti spesi bene? Sicuramente una gestione improvvisata e non trasparente porta al disastro, con un flusso continuo di denaro pubblico a disposizione per appalti, per strutture accreditate, personale da assumere. In queste maglie del sistema si infiltrano e si arricchiscono manager disonesti e si creano le condizioni che portano al consenso distorto per politici rapaci che decidono chi e in quale misura può partecipare al grande business. Il problema finale è che l’imprenditoria sanitarianon è come le altre, in quanto salvo rare eccezioni, ha un solo grande cliente: la Regione. Ecco che il proprietario di una clinica, più interventi e più diagnostica dispensa, più guadagna. In definitiva lui e tutti coloro che ruotano intorno a lui e vivono del suo business, hanno l’interesse a fare nascere il bisogno del cittadino di controllarsi e di curarsi, in una parola devono alimentare la sua paura della malattia. Domina la logica del “più servizi fornisco, più guadagno” e la salute non è più un diritto ma divienta una merce.

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