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Salario minimo e la visione del Movimento 5 Stelle

Credo che tutti sia convinti della importanza per i lavoratori, ed anche per gli imprenditori, che avere la certezza di un salario minimo equo, sia una garanzia per entrambe le parti in causa. Quindi quando si scrive una legge che ne regolamenta la materia sarebbe logico essere ben documentati su cosa facciamo e non pensare solamente a fare di questa un diversivo o, peggio ancora accusare gli altri per la mancata applicabilità, quando la vera ragione è la non conoscenza della materia da parte di chi la scrive…

Quando parliamo di salario minimo dobbiamo fare subito una distinzione: se consideriamo solo il salario orario mensile, quasi tutti i contratti sono sotto la soglia dei 9 Euro. Ad esempio per un dipendente di un’azienda chimica il salario minimo è 8,8 €,; per un operaio metalmeccanico 7,58€; per un commesso del commercio 7,64€, per un addetto alla vigilanza privata 6,20€ ecc.

Ma se consideriamo il salario medio su base annua, cioè comprensivo di ferie, tredicesima e quattordicesima (escluso il Tfr), la paga oraria della maggioranza delle categorie i 9€ li supera già.

La proposta fatta dai cinque stelle non chiarisce se il calcolo debba partire dalla paga mensile o se considera il “salario differito”.

Quello che è chiaro che il 22% dei dipendenti cioè quasi 3 milioni di persone intascano meno di 9€ lordi l’ora. Se domani si facessero salire tutti a 9€, le aziende dovrebbero trovare 3,2 miliardi di euro per fare fronte a questo pagamento. Si prospettano quindi tre soluzioni: 

  • ridurre i margini di profitto
  • aumentare i prezzi dei loro prodotti o servizi
  • proporre ai dipendenti un compenso in “nero”

Un altro problema, nella giungla delle retribuzioni è rappresentato dal fatto che molti contratti di categoria sono firmati da organizzazioni che non rappresentano quasi nessuno ed il loro obiettivo è semplicemente quello di abbassare i compensi e spesso in un modo nascosto. In pratica facendo delle tabelle retributive uguali a quelle dei contratti principali, ma alla fine gli stipendi mensili sono inferiori perché vengono penalizzate voci come straordinari, malattie, orari notturni e festivi e infine versamenti ad enti collaterali. Tutto questo con i tagli dei servizi da essi garantiti.

Mettere ordine in questa giungla sarebbe la prima cosa da fare, usando come parametro solo i contratti siglati da chi rappresenta veramente un gruppo consistente di lavoratori.

In questa maniera la maggioranza di quel 22% di contratti sottopagati avrebbero da domani un salario minimo definito  attraverso un contratto nazionale  da sindacati e associazioni di imprese rappresentativi dei propri interessi. Con relativo equilibrio che il mercato è in grado di sostenere. 

Ovviamente qualche lavoro di nicchia resterà fuori, ma un sistema che sta funzionando in vari Paesi è quello che delega  la  definizione della paga minima di “ultima istanza” ad una commissione indipendente, che ha anche il compito di aggiornarlo ogni anno.

La proposta targata Cinquestelle sembrerebbe troppo generosa. Ma volendo affrontare il tema in maniera più scientifica, la variabile principale da considerare è quella della produttività del lavoro. Cosa misura questo indicatore? E’ molto semplice: il valore reale di quanto prodotto da una unità lavorativa in una certa unità temporale (esempio 1 ora). Più è alta la produttività maggiore deve essere il salario orario (e viceversa). Tornando al caso concreto dell’Italia, come è la nostra produttività del lavoro rispetto a quella degli altri Paesi? Purtroppo bassa, perché l’Italia sconta un lunghissimo periodo di stagnazione di questa variabile.

Il Disegno di Legge del Movimento 5 Stelle, a prima firma della senatrice Catalfo, non tiene neppure conto dell’effetto “a cascata” che coinvolgerebbe tutti i lavoratori, visto che i contratti nazionali hanno una scala parametrale che prevede il mantenimento delle distanze tra i vari livelli. Questo comporterebbe un aumento dei costi per le imprese del settore dei servizi stimato in circa 7 miliardi di Euro.

La conclusione dell’analisi è dunque abbastanza chiara: aumentare per legge il salario orario (trovando però la giusta entità) è giusto per evitare le distorsioni del libero mercato che penalizzano le categorie più deboli, ma allo stesso tempo lo Stato dovrebbe impegnarsi a fondo per aumentare la produttività complessiva del mercato del lavoro. Sta accadendo in Italia? Purtroppo no. E questo è probabilmente il limite più grande di questa governo impegnato solo ed esclusivamente a varare misure redistributive, in grande per colpa di una incompetenza da parte di alcuni rappresentanti del Movimento 5 Stelle che, come in questo caso, dimostrano di quanto poco conoscano il mondo del lavoro. 

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