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Quel no alla medicina che fa soffrire

di UMBERTO VERONESI

Di fronte al mistero e la dignità della morte di un uomo straordinario come il Cardinal Martini potremmo tacere e meditare. Oppure, pensando alla sua figura pubblica, che rimarrà un punto di riferimento per il pensiero moderno, forse invece dovremmo riflettere sulla lezione illuminata che ha voluto lasciarci anche nella sua ora suprema. Martini incarnava la Chiesa ecumenica, aperta al dialogo sia con le altre religioni che con il mondo laico. Martini si è costantemente impegnato a trovare i punti di incontro fra pensiero laico e pensiero cattolico ed ha identificato, fra questi, la situazione che lui stesso ha vissuto nei suoi ultimi giorni: quando una medicina tecnologica che cura di più, ma di più non sa guarire, si ostina (qualcuno dice “si accanisce”) a intervenire con trattamenti che non hanno altro effetto se non prolungare una sofferenza e un’esistenza che non è più definibile come vita. In questo momento, ha dichiarato e scritto Martini, è lecito per ogni uomo, credente o non credente, rifiutare le cure eccessive. Così ha fatto quando è toccato a lui decidere, con coerenza, e con quel coraggio che viene dalla forza e dalla libertà del pensiero. Io, laico e non credente, avendo avuto la fortuna di confrontarmi con lui molte volte su questo ed altri temi di scienza e fede, so bene che non è mai stato facile difendere questa sua convinzione.

Certo, aveva dalla sua Giovanni Paolo II secondo il quale “quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, la rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia… ma esprime l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte”. Ed anche filosofi cattolici di grande levatura, come Giovanni Reale. Ma una parte della sua Chiesa ha visto questa accettazione piuttosto come una crepa nel principio incrollabile della sacralità della vita, in base al quale la vita umana è dono e proprietà esclusiva di Dio e solo Dio può decidere come darla e come toglierla.

Martini ha risolto questo dilemma facendo appello a due pilastri del pensiero cristiano: la dignità e l’amore per l’uomo. “Non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete di valutare se le cure che gli vengono proposte sono effettivamente proporzionate”. La dignità. “Questo non deve equivalere a lasciare il malato in condizione di isolamento nelle sue valutazioni e nelle sue decisioni. Anzi, è responsabilità di tutti accompagnare chi soffre, soprattutto quando il momento della morte si avvicina”. L’amore. Non un sentimento retorico e universale, ma, al contrario, un amore molto concreto e personalizzato, come quello che la medicina esprime con le cure palliative, di cui Martini è stato un forte sostenitore.

Il termine “palliativo” deriva da Pallium, che significa mantello e la palliazione ha il senso di avvolgere amorevolmente il malato, per proteggerlo dal dolore fisico che può annullare, appunto, la sua dignità. “Forse sarebbe più corretto parlare non di “sospensione dei trattamenti” ma di “limitazione dei trattamenti”. Risulterebbe così più chiaro che l’assistenza deve continuare, commisurandosi alle effettive esigenze della persona, assicurando per esempio la sedazione del dolore e le cure infermieristiche”, ha scritto Martini recentemente. Nella dignità di ogni uomo e nell’amore per i più deboli, i sofferenti e i morenti, pensiero laico e cattolico possono trovare un terreno comune di intesa e insieme ricondurci a quell’accettazione della morte di cui parla papa Giovanni Paolo II: un evento naturale, parte di un ciclo biologico, che è oggi un valore perduto. Credo che, dopo averci insegnato molto sul significato della vita, il Cardinal Martini abbia voluto insegnarci molto anche sul significato della morte.

(01 settembre 2012)

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