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- Quando la medicina uccide -

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I farmaci contro l’anemia sono tra i più prescritti negli Stati Uniti, hanno un giro d’affari da miliardi di dollari. E uccidono. L’inchiesta del Washington Post indaga sulle lobby nel sistema sanitario USA e sui medici furbetti

Lo scorso una ricerca di Medicare riportava che tra i pazienti che più utilizzano i farmaci contro l’anemia, ovvero chi ha problemi ai reni, non c’era nessuno “beneficio clinico” rilevato in seguito all’assunzione dei medicinali. E l’effetto placebo è la migliore delle ipotesi. Perché questi farmaci possono anche uccidere, provocare l’infarto o il cancro, denuncia il Washington Post.

Nel caso di Jim Lenox, un 54enne malato di cancro, il destino è stato beffardo. Il giorno delle sue dimissioni dal Baltimore Washington Medical Center i medici pur avendolo definito completamente fuori pericolo hanno scelto di fargli un’ultima iniezione per l’anemia con un alto dosaggio. Qualche ora più tardi era morto.

Per anni i tre farmaci contro l’anemia più venduti, Epogen, Procrit e Aranesp, hanno generato un giro d’affari di 8 miliardi di dollari l’anno per le due compagnie che li producono, Amgen e Johnson & Johnson, di cui 3 miliardi derivati dalle tasse. Un mercato fortissimo che secondo il Washington Post dimostra come gli incentivi economici del sistema sanitario americano non rendono il sistema solo più efficiente, ma purtroppo anche potenzialmente mortale. Dal momento che questi farmaci rientrano tra quelli vendibili direttamente dai dottori, questi hanno fatto in modo di guadagnare aumentando (in media del 30%) la differenza tra la cifra che loro pagano per ottenere la medicina e quella che fanno pagare ai pazienti. “E’ così facile, metti questa roba nel braccio del tuo paziente e guadagni centinaia di dollari” dice Charles Bennett, della Medication Safety and Efficacy Center of Economic Excellence della University of South Carolina “Un oncologo può tirarci su dai 100.000 ai 300.000 dollari l’anno”.

Ma all’anello più alto della catena ci sono le case farmaceutiche, che non solo fanno sconti consistenti ai medici che prescrivono alti dosaggi, ma basandosi sull’alta diffusione e presunta necessità dei loro prodotti hanno fatto pressioni sul Congresso e sulla FDA per ottenere incentivi alla produzione. E così un terzo dei guadagni delle aziende arriva dai rimborsi pagati con le tasche dei cittadini. Ma i due colossi farmaceutici negano di aver tenuto all’oscuro i consumatori, e affermano di lavorare a stretto contatto con la FDA per assicurarsi che ogni avanzamento nella conoscenza sugli effetti dei medicinali sia inclusa nel foglietto illustrativo. I farmaci contro l’anemia fecero il loro ingresso sul mercato americano negli anni Ottanta e bruciarono in breve tempo i record di vendita dei medicinali più diffusi. Per combattere la scarsità di globuli rossi si basano su un ormone, la eritropoietina (EPO) che stimola il corpo a produrre queste cellule sanguigne: un metodo decisamente più sicuro e meno invasivo delle trasfusioni di sangue che venivano effettuate in precedenza come cura.

I problemi iniziarono ad emergere nei primi anni Novanta, quando le aziende ottennero la benedizione della FDA per estendere l’utilizzo e le dosi: in breve tempo i loro prodotti per l’anemia vennero inseriti nelle cure di tutti i pazienti in dialisi, espandendone l’uso da quel 16% che aveva bisogno di trasfusioni anche a chi aveva delle anemie leggere o un quadro clinico complesso. Una pubblicità del 1994 recitava: “Fanno bene alla salute, alla vita sessuale, al benessere, alla psiche, al senso di soddisfazione, alla felicità”. Intanto l’FDA iniziò a sollevare dei dubbi sulle virtù e l’impiego indiscriminato di questi farmaci, le compagnie condussero delle ricerche dai risultati poco chiari: una dinamica di ritardi e mezze verità distolse l’attenzione pubblica (e anche quella dell’FDA dal problema). Per esempio la Johnson & Johnson venne spinta nel 1993 ad indagare sull’influenza del suo farmaco nella produzione delle cellule tumorali, ma 11 anni più tardi dichiarava di essere riuscita a reclutare solo 224 dei 400 pazienti necessari alla ricerca. Con l’approvazione dell’FDA, la ditta ha alterato lo studio, evidenziando la mancanza di prove certe. Secondo i ricercatori di Medicare chi aveva preso il farmaco moriva in percentuali più alte rispetto a chi aveva preso il placebo. Un altro studio Amgen che avrebbe dovuto concludersi nel 2008 vedrà la fine nel 2017, 25 anni dopo la liberalizzazione del farmaco per i malati di cancro.

Nel corso degli anni si è sviluppata una corsa al rialzo dell’ematocrito ( la percentuale di volume sanguigno complessivo occupato dai corpuscoli – globuli rossi, globuli bianchi e piastrine – nel sangue) al grido di “il livello minimo va bene, ma molto è meglio”, che Medicare ha cercato di bloccare annunciando che non avrebbe più coperto le spese per i pazienti che eccedevano significativamente nel dosaggio. Ma dove non arrivano le sovvenzioni arriva il potere delle lobby. A rompere la cortina di silenzio è stata nel 2006 una ricerca danese, che ha stoppato l’uso di Aranesp in pazienti affetti dal cancro perché ha registrato un avanzamento delle cellule tumorali. Da allora Amgen è stata coinvolta in numerose cause giudiziarie, ma nessuna di esse è finora riuscita ad ottenere degli effetti su larga scala. E così l’uso delle “medicine miracolose” rimane alla coscienza dei medici.

 

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