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Napoli, è allarme salute.
Lo dice l’istituto nazionale tumori

 

Uno studio condotto dall’Istituto con la Fondazione Pascale dimostra che nell’hinterland napoletano (capoluogo escluso), a Caserta e dintorni, si muore di tumore fino al 47% in più che nel resto d’Italia. Il motivo? Quell’industria sommersa che è l’incenerimento illegale dei rifiuti.

 

In un convegno, circa due settimane fa, vengono diffusi i dati di uno studio condotto dall’istituto nazionale tumori – fondazione Pascale di Napoli sulla provincia partenopea (capoluogo escluso) più Caserta e suo hinterland, un giornalista del quotidiano Avvenire pubblica la notizia. Il ministero della Salute si affretta ad acquisire la ricerca costituendo, con decreto ministeriale, un gruppo di lavoro coordinato dal direttore generale della prevenzione Giuseppe Ruocco, in raccordo con il ministro dell’Ambiente. Cos’è che ha messo in allarme il governo? Nel napoletano si muore di tumore fino al 47% in più rispetto al resto d’Italia, nonostante la deindustrializzazione, nonostante la dieta mediterranea faccia così bene alla salute. Un paradosso che ha una spiegazione semplice: esiste in Campania un’industria che non si vede, che evade il fisco, ma che non conosce flessioni, quella dell’incenerimento illegale di rifiuti industriali.
I dati
In Italia negli anni ’80 la mortalità per tumore era più alta al nord rispetto al sud. Lo studio del Pascale ha analizzato i dati Istat relativi alle schede di morte con diagnosi di tumore dal 1988 al 2008. Negli anni 1988-90 il tasso standardizzato di mortalità per tumore in Italia nei maschi era di 316,1 e nelle donne 210,9. In provincia di Napoli era, rispettivamente, di 235,1 e 136,2; per Caserta e provincia 225,7 e 116,7. Un dato in linea con il decennio precedente. Quando si passa all’ultimo periodo disponibile le cose cambiano: in Italia l’indice per gli uomini è di 328 e per le donne 231,5. Un incremento nazionale lieve che si impenna nella provincia di Napoli (345,9 e 191,1) e nel casertano (289,8 e 154,9). Nell’area partenopea l’aumento è stato del 47% negli uomini e del 40% nelle donne; a Caserta e provincia del 28,4 e 32,7%. Ciò significa che, se scorporiamo gli aumenti del sud, i tassi al nord sono addirittura diminuiti.
Nel 2004 i primi allarmi sulla rivista Lancet, «nel 2007 lo ‘Studio Bertolaso’ dimostrò che nelle zone campane dove c’erano discariche era più alto il rischio di sviluppare tumori o malformazioni congenite» spiega Giuseppe Comella, primario di oncologia del Pascale e presidente della associazione Medici per l’ambiente. Nel 2009 un’indagine condotta dai militari statunitensi sulle acque aveva portato ad evacuare 17 famiglie dalla zona adiacente alla base Usa di Grazzanise per «rischio inaccettabile che non può essere mitigato» di esposizione a fattori inquinanti capaci di provocare il cancro. Nel 2010 la regione Campania riceve i risultati dello studio Sebiorec condotto dall’Istituto superiore di sanità: «Criticammo da subito la ricerca per il metodo utilizzato – racconta Comella – infatti su un campione di mille persone, venne utilizzato il metodo pool, cioè si faceva una sola analisi riunendo 10 differenti campioni di sangue» il finanziamento ridotto a 250mila euro, rispetto ai 2.5 milioni inizialmente stanziati. Così le conclusioni, per quanto molto allarmanti rispetto ad esempio alla presenza di diossine nel territorio, furono che l’indagine avrebbe richiesto una metodologia diversa. «Come Medici per l’ambiente – conclude – abbiamo redatto il testo di legge regionale che ha istituito il registro dei tumori campano, anche se poi siamo stati esclusi dal comitato scientifico, insieme a Legambiente e Wwf. Ogni anno a bilancio venivano messi, e spesi, un milione e mezzo di euro per un registro mai fatto. Adesso Palazzo Santa Lucia ha tre mesi di tempo per rendere operativa la struttura, fondamentale per monitorare anche chi si ammala e per fortuna guarisce, sfuggendo così alle statistiche Istat».
Un’industria fantasma
Il ricercatore napoletano emigrato in Usa Antonio Giordano e i Medici per l’ambiente sono stati definiti da illustri luminari nazionali untori e irresponsabili perché da anni, anche accollandosi i costi delle analisi, hanno prodotto studi in cui si dimostra che se in Campania l’aspettativa di vita è di due anni inferiore rispetto alla media nazionale è perché c’è un rischio serio nell’ambiente. Mercoledì scorso un comitato di cittadini ha denunciato la presenza di un «inceneritore domestico», illegale, in una villa confiscata alla camorra nelle campagne tra Afragola e Caivano, in località Cinquevie. All’interno una fornace bruciava incessantemente rifiuti, alimentata da ragazzini che presidiavano la struttura. Antonio Marfella, oncologo e tossicologo del Pascale, ha partecipato al libro bianco “Campania, terra di veleni” a cura di Antonio Giordano e Giulio Tarro (Denaro libri). Grazie anche alla sua esperienza sul campo, spiega: «E’ sufficiente sovrapporre alla aree a maggiore rischio di cancro, per sversamento illegali di rifiuti tossici, la traccia cartografica della strada provinciale a scorrimento veloce e priva di pedaggio SS 162, cosiddetto “asse mediano”, per comprendere un paradosso epidemiologico. Le aree più colpite dal cancro e dalle malformazioni neonatali sono quelle con maggiore disponibilità di zone demaniali, archeologiche, rurali e agricole». La Terra dei fuochi ha bruciato rifiuti tossici per almeno 13 milioni di tonnellate in circa venti anni.
La regione Campania gestisce in affanno circa 2.8 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani, mentre è serena per i 4 milioni di tonnellate/anno di rifiuti industriali prodotti nella sola Campania: sulla carta tutti smaltiti senza impianti dedicati, grazie a recupero, riciclo e allo smaltimento fuori regione di 870mila tonnellate l’anno. Questa quota rappresenta inerti non pericolosi (come gli scarti dell’edilizia) destinati alle discariche del nord Italia, soprattutto del Veneto che però manda fuori tutta la produzione di rifiuti industriali tossico nocivi, come i fanghi di Porto Marghera, ritrovati dal magistrato Donato Ceglie a Castelvolturno. «Il meccanismo è semplice – spiega Marfella – I tir trasportano fuori i rifiuti speciali, che sono considerati merce e quindi possono girare liberamente accompagnati da una semplice documentazione cartacea con i codici Cer. Nel viaggio di ritorno portano 260mila tonnellate anno di rifiuti industriali che la Campania importa legalmente per essere riciclati in impianti industriali intraregionali. Resta un vuoto di circa 600mila tonnellate che la camorra dei colletti bianchi e degli affari ha saputo far fruttare, a vantaggio delle imprese del nord». Nel 2005 e 2006 il guadagno della gestione di 30 camion per il solo clan Zagaria è stato di 3milioni. Un via vai intensissimo e indisturbato, in un anno sono stati sequestrati nella provincia di Napoli solo 400 tir.
Ma a bruciare sono anche gli scarti locali. Delle 20mila tonnellate giornaliere di rifiuti industriali campani, un terzo è prodotto in regime di evasione fiscale e quindi non è smaltibile legalmente. Sono i solventi, le colle e gli scarti dei prodotti contraffatti che girano il paese, sono le borse e le scarpe di marca a 25 euro. Il governo però ha sospeso il progetto Sistri che avrebbe assicurato la tracciabilità dei rifiuti, sospeso e posto il segreto di stato. «Le crisi rifiuti cicliche – conclude Marfella – sono state la foglia di fico che ha coperto i veri interessi che intrecciano malavita, imprese, politica, e ruotano intorno agli scarti industriali. La stampa nazionale ha alimentato una campagna tesa a dipingerci come incivili e inetti e noi ci siamo sentiti proprio così, il senso di colpa ci ha chiuso gli occhi sulla verità».

 

 

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