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- La guida antifarmaci in Francia diventa un best-seller -

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E’ un caso editoriale – 15 mila copie vendute in una mattinata – il libro, “Guide des 4000 médicaments, utiles, inutiles ou dangereux” che, sorprendentemente, svetta in cima alle classifiche dei libri più venduti in Francia. Redatta – più che «scritta» – dall’urologo e parlamentare Bernard Debré e da Philippe Even, già preside della Facoltà di Medicina e presidente dell’Istituto omonimo, la «Guida» è già alla terza edizione, a un mese scarso dalla sua pubblicazione, e proprio in questi giorni, la casa editrice, Cherche Midi, ha dovuto ristamparne, in tutta fretta, 200 mila copie. Il ponderoso rapporto – 900 pagine – fa il punto sulle grandi patologie, sull’evoluzione dell’industria farmaceutica sull’impasse della ricerca contemporanea. Ma, soprattutto, propone un elenco ragionato di migliaia di farmaci – utili, inutili, dannosi – con tutte le indicazioni possibili, nome del laboratorio, efficacia, grado di rischio, prezzo. Non trattandosi di un adrenalinico, trascinante thriller, né di un appassionante romanzo o di un geniale saggio scientifico, lo straordinario successo della «Guida», fa pensare. Certo può aver avuto qualche parte la «sapienza» comunicativa degli autori, due personalità in vista dell’establishment medico-accademico francese; il carattere ansiogeno di questo genere di pubblicazioni che alimenta paura e paure del nostro tempo; l’effetto «tutti ne parlano». Ma l’impressione è che il libro sia diventato un best seller, qui e ora, perché chiama in causa alcune questioni cruciali: la medicalizzazione della vita quotidiana, i medici e la medicina, la spesa sanitaria e l’industria farmaceutica, la salute e la malattia, la speranza di guarigione e l’antica ambiguità dei farmaci, espressa dalla parola greca «pharmakon», «rimedio» e «veleno».

Certo è che il lettore francese (ma anche quello italiano) non può non restarne colpito. Stando al durissimo e serrato j’accuse dei due autori, sono inutili, o potenzialmente pericolosi – e come tali inseriti in una lista nera – la metà di tutti i medicinali prescritti dai medici in Francia, il Paese europeo che divora più farmaci (36 miliardi di euro l’anno), superando inglesi e italiani, senza per questo guadagnarci in speranza di vita. Che nei paesi ricchi è dovuta ai farmaci «utili», in prima fila gli antibiotici e i medicinali in grado di trattare infezioni virali e retro virali, come l’ Hiv, e di curare e rallentare il decorso del cancro. E non sembra un caso che vadano inseriti in quella fase dello sviluppo dell’industria farmaceutica che si è aperta all’indomani della seconda guerra mondiale e si è chiusa con l’abbandono della ricerca da parte dell’industria, che – è la tesi dei due autori – bada al marketing e propone farmaci sempre nuovi, che sono in realtà una riedizione di vecchie molecole, che non portano alcun vantaggio e costano di più. In altre parole «paghiamo la copia di Monna Lisa più della Gioconda originale», per riprendere le loro parole.

Ma perché, se è vero che tanti farmaci sono inutili e dannosi, vengono approvati e registrati dal servizio nazionale e infine prescritti da medici ospedalieri, specialisti e di base? Perché – sostengono gli autori – c’è un rapporto «malato» tra chi produce, chi approva, chi prescrive i farmaci. Non per niente l’industria farmaceutica è «La più redditizia, la più cinica e la meno etica di tutte».

Il libro – era inevitabile – ha scatenato un vespaio di polemiche. Si sprecano gli aggettivi liquidatori nel mondo scientifico, medico-professionale e dell’amministrazione sanitaria: «Oltraggioso», «approssimativo», «semplicistico», «diffamatorio», «irresponsabile». I più arrabbiati sono i medici e gli specialisti – in particolare diabetologi e cardiologi – che si sentono trattati come i «ciarlatani» che un tempo spacciavano rimedi nelle piazze, e accusano i due autori di aver minato la fiducia dei pazienti, molti dei quali si presentano nei loro ambulatori col libro sotto il braccio e pretendono di controllare le prescrizioni.

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