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La guerra non è un gioco

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In questi gioni di festa tutti ci sentiamo più buoni. Il mendicante fuori del Supermercato tende la mano e noi gli diamo qualche centesimo. Al semaforo rosso, un uomo si avvicina con in mano la foto di alcuni bambini affamati che dice essere i suoi figli, ci piace credere a questa storia e gli diamo qualche moneta. Usciamo dal Centro Commerciale con pacchi che contengono  giocattoli e sentiamo di aver compiuto il rito del “Genitore-Babbo Natale”, pronto a vivere l’emozione di vedere la gioia sul volto dei propri figli alla vista dei regali attesi. Non voglio rompere l’incantesimo di questo momento, ma il mio pensiero si ferma su quei bambini nel mondo che sono meno fortunati dei miei figli. Il futuro è nelle loro mani, anzi è soprattutto nei loro cuori. E’ nell’amore che siamo stati in grado di trasmettergli con i nostri comportamenti, è nelle sicurezze che hanno acquisito tra le nostra braccia sempre aperte.

Noi siamo l’arco, loro le frecce proiettate verso il futuro. Dove arriveranno le frecce, dipende da chi tende l’arco in questo momento. Il dolore, la sofferenza, la paura, che si legge negli occhi dei bambini che si trovano in zone di guerra, deve essere di esempio per odiare ogni forma di guerra e di violenza. Ma non solo. Ci deve fare capire che in quei luoghi i grandi hanno abbandonato l’arco e preso il fucile; i bambini sono diventati frecce sparse sul suolo, alcune rotte, altre bruciate, qualcuna integra. Queste frecce non sono state lanciate verso il futuro, ma sono cadute in un presente di odio, rancori, rabbie. Quelle che riusciranno a sopravvivere, che fuggiranno da tutto questo, in luoghi lontani, riusciranno mai a capire l’amore che esiste nel donare un giocattolo, quando terranno in mano un pacco da aprire nella notte di Natale?

Mentrescrivo questo commento, i miei figli guardano il filmato che vedete nell’articolo. Ho capito che ne erano colpiti quanto me e gli ho chiesto se volevano anche loro scrivere ciò che provavano, Lo riporto, senza alcuna correzione qui di seguito.

Stefan (13 anni) :  “I bambini non possono vivere bene dove c’è la guerra. Alcuni bambini che ho appena visto soffrire sono morti inutilmente. Tanti genitori soffrono per la morte dei loro figli e cercano di farli rivivere, anche se sanno che non ce la faranno. AIUTATECI VOI a fermare la guerra contro questi popoli!

Nicola (16anni) : “Loro soffrono e noi li riprendiamo con le telecamere; loro combattono per la libertà e per difendere le proprie famiglie e noi li intervistiamo. La maggior arte dei media pubblicizza le sofferenze di coloro che ne hanno già troppe e cercano di tenersele dentro, ma sono costretti a tirarle fuori davanti ad una telecamera. Noi, che guardiamo la televisione, di fronte a quelle immagini, pensiamo “poverini!!”, oppure ci lamentiamo perchè guardare il Tg è palloso. Non ci rendiamo conto delle sofferenze e delle atroci perdite che intere famiglie subiscono, venendo distrutte da un’accanita voglia di quel poco di petrolio che scatena una guerra. Magari qualcuno cerca di donare quei pochi spiccioli che ha ricavato dal resto della spesa o dell’abito comprato in centro; ma non servono a risolvere quelle catastrofi che avvengono nei Paesi dove c’è guerra e povertà. Loro cercano di combattere per salvare sè stessi e le loro famiglie, noi che abitiamo in Paesi dove non c’è guerra per che cosa combattiamo? Per un pò di petrolio in più? SI, perchè l’avidità dell’uomo “benestante” non si sazierà mai a tal punto da essere in qualche modo “contenti e felici” di come siamo ora.”

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