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ILVA : la resa dei conti

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ILVAL’ILVA, il gruppo industriale più importante d’Italia, per peso e numero di lavoratori (diretti e dell’indotto) rischia il collasso.

Dopo aver promesso un rilancio produttivo in grande stile all’inizio del 2015, il governo Renzi ha dovuto fare i conti con la realtà: all’orizzonte non si vedono possibili acquirenti; l’ipotesi di una cordata italiana, pronta a scendere in campo sul modello di quanto fatto con Alitalia, resta per ora materia da retroscena. E lo scontro con l’Europa con leadership tedesca rischia di complicare ancora di più la partita, mettendo in ginocchio un pezzo fondamentale dell’industria italiana. Mercoledì 20 gennaio il commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager ha aperto un’indagine formale sull’Ilva per aiuti di Stato. Il sospetto è che il governo italiano abbia sussidiato il gruppo siderurgico con denaro pubblico (circa 2 miliardi di euro) anziché investire nell’assetto della fabbrica con le migliori tecnologie disponibili per ridurre le emissioni inquinanti.

La decisione della Commissione potrebbe fungere da diffida all’esecutivo italiano dal finanziare ulteriormente con denaro pubblico lo stabilimento siderurgico a ciclo integrale più grande d’Europa (c’è già un decreto che stanzia 800 milioni), a meno che i soldi non vengano investiti solo ed esclusivamente nel risanamento ambientale, cosa improbabile vista la situazione di sofferenza.

E a patto poi che queste risorse vengano restituite da chi sarà riconosciuto responsabile dell’inquinamento.

La chiusura dell’impianto di Taranto, che ha dimezzato la produzione e già oggi è di fatto sceso dall’Olimpo dei grandi gruppi siderurgici, farebbe la gioia dei suoi concorrenti europei. I margini di guadagno dei principali attori continentali sono ridotti dalla sovracapacità strutturale di acciaio. E incombe la minaccia dell’inondazione di prodotti cinesi a basso costo. Le motivazioni dell’indagine aperta dalla commissione europea coincidono con il reclamo ufficiale presentato da Eurofer, la lobby siderurgica europea a guida tedesca, alla direzione di Vestager e deciso il 28 maggio scorso dal comitato di presidenza dell’associazione approfittando dell’assenza fortuita dei rappresentanti italiani di Federacciai alla riunione (a causa del blocco del traffico aereo).

Il reclamo di Eurofer è identico, per forma e contenuti, a quello presentato in aprile, per conto dell’associazione dei siderurgici tedeschi, da Hans Jurgen Kerkhoff, presidente della WV Stahl. Sorge il dubbio che la sua offensiva sia stata portata avanti dal Ceo di Thyssen-Krupp Heinrich Hiesinger, proponente dell’azione legale contro l’Ilva in seno all’ufficio di presidenza. Un fatto grave, se si considera che le linee guida di Eurofer ripudiano cartelli e cospirazioni ostili alle aziende associate. Il pressing dei concorrenti europei è tanto più insidioso se si pensa che tentativi del governo di trovare un nuovo proprietario hanno dato finora risultati deludenti. Con un avviso pubblicato sui quotidiani nazionali, l’esecutivo ha invitato possibili compratori a manifestare il proprio interesse all’acquisto o all’affitto del gruppo siderurgico o di sue parti, entro il prossimo 10 febbraio. Ma allo stato non si hanno notizie di offerte concrete, nonostante il governo abbia da poco stanziato, con un decreto, 800 milioni di euro per il risanamento ambientale, che dovrebbero essere finanziati dal ministero dello Sviluppo, e abbia dato disponibilità a concedere più tempo per l’ammodernamento tecnologico previsto dall’Aia (autorizzazione integrata ambientale).

Nell’ultimo mese il presidente della cassa depositi e prestiti  (CdP), Claudio Costamagna, ha sondato alcune società potenzialmente interessate. Indiscrezioni di stampa indicano in Arcelor-Mittal, il colosso indiano dell’acciaio, l’acquirente più accreditato, ma è difficile comprendere quale interesse possa suscitare oggi tra i concorrenti un’azienda che già in passato nessuno aveva voluto. Anche perché l’Ilva è al centro di un intricato caso giudiziario del quale è arduo prevedere gli esiti. A oggi è ancora in vigore il sequestro con facoltà d’uso degli impianti e il principale altoforno è fermo per rifacimento, mentre gli altri tre funzionanti sono a regime letargico. La stessa Arcelor-Mittal, contattata tra il 2014 e il 2015 dall’allora commissario straordinario Piero Gnudi, affiancato da banca Rothschild, aveva declinato l’invito a considerare l’acquisto.

L’ipotesi di una cordata italiana disposta ad entrare in campo, magari con il sostegno della CdP, non trova al momento conferme. Da quando si aperta la partita, almeno altre otto società italiane ed estere sono state chiamate in causa dalla stampa mentre altre quattro – Amenduni, Duferco, Acciaierie Venete Banzato, Fiat-Chrysler -hanno ufficialmente smentito. C’è poi il nodo della proprietà. “Ancora non c’è stato spiegato”, lamentava nelle scorse settimane Armando Palombo della Fiom Cgil,, al nome degli operai degli impianti Ilva della Liguria, “come il governo, che non è il proprietario, possa venderla estromettendo i Riva che, nonostante il commissariamento, restano i titolari delle azioni”. La stessa domanda che si è posto Gianfilippo Cuneo, consulente d’azienda è già veterano della società McKinsey: “senza un proprietario non si possono fare investimenti logici, né  trattative di vendita serie”.

In caso di cessione coatta i Riva e/o gli Amenduni, azionisti del gruppo, potrebbero fare ricorso alla Corte Costituzionale per lesioni del RIVAdiritto di proprietà. E un’eventuale sentenza a loro favorevole rimetterebbe in discussione anche i diritti del papabili acquirenti del gruppo. Il fattore giudiziario non è secondario nella tormentata vicenda dell’acciaieria pugliese. Dopo anni di incubazione, a fare deflagrare la crisi fu, nel 2012, l’apertura da parte della procura di Taranto dell’indagine “Ambiente svenduto” il presunto disastro ambientale, e la decisione di disporre il sequestro del cuore dello stabilimento, l’area a caldo, insieme con lo stop alla vendita dei prodotti finiti e il congelamento del capitale circolante del gruppo. L’iniziativa ha messo in fuga clienti e commesse, e rischia ora di allontanare anche potenziali acquirenti, mentre il processo, che coinvolge 47 imputati, tra cui i Riva, è tornato alla fase dell’udienza preliminare per un vizio di forma. La crisi è stata aggravata anche dalla gestione pubblica iniziata nel 2013 con il governo Letta e si è acuita con l’esecutivo Renzi: l’ Ilva “di Stato” ha azzerato in tre anni il patrimonio di 4,2 miliardi di euro lasciato dalla gestione privata della famiglia Riva (tuttora azionista del gruppo con la famiglia Amenduni, socia di minoranza) subentrata nel 1996, all’epoca delle privatizzazioni, fino al 2011.

Con un investimento pubblico da 2 miliardi, Renzi puntava a ristrutturare l’acciaieria per poi rivenderla ai privati entro tre anni. Ma il piano di rilancio, seguito dall’ex consulente governativo Andrea Guerra, ex manager del lusso, è fallito e Guerra ha lasciato l’incarico nove mesi dopo la nomina per approdare a Eataly, il colosso del food di Oscar Farinetti. In realtà, più che sui soldi pubblici la ristrutturazione renziana faceva affidamento sulla confisca di 1,2 miliardi di proprietà dei fratelli Emilio e Adriano Riva, sui quali pende da tre anni un’inchiesta della procura di Milano per presunti reati fiscali. E che soldi, in realtà titoli finanziari di varia risma, sono depositati presso quattro trust del Jersey, un paradiso fiscale sotto l’egida della corona britannica, e sono nella disponibilità della banca svizzera UBS, ma erano scudati in Italia. Purtroppo per il governo, l’operazione messa in piedi per recuperare il tesoro dei Riva è naufragata il 18 novembre novembre scorso, quando il tribunale di Bellinzona ha respinto la richiesta per mancanza di presupposti legali, ovvero una condanna definitiva o la salvaguardia minima del diritto di proprietà dell’indagato.

In attesa che si faccia avanti un cavaliere bianco, per salvare la produzione e gli oltre 15.000 posti di lavoro del gruppo e del suo indotto, si sta facendo largo, come speculazione ed esortazione, l’idea di convertire parte degli impianti all’impiego del pre-ridotto di ferro, come aveva prospettato l’ex commissario nominato da Monti (e sostituito da Renzi), Enrico Bondi. Il progetto è sostenuto, tra gli altri, dal Presidente della Commissione industria del Senato Massimo Mucchetti e dal Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Secondo indiscrezioni, sotto la gestione Bondi l’azienda avuto contatti con Techint, società Italo-Argentina, che possiede la tecnologia necessaria per sostituire il carbone con il gas come combustibile per fondere il materiale ferroso semilavorato. Techint, di proprietà della dinastia di industriali lombardi Rocca, non è stata citata nella ridda di ipotesi delle scorse settimane in cui si faceva il nome di Paolo Scaroni, che iniziò la carriera proprio a Techint, che poi passare Enel ed Eni ed ora è Deputy Chairman di Rothschild, come manager alla guida di un’ipotetica cordata italiana. Il 22 dicembre 2015 Scaroni ha detto al Foglio di non saperne niente. Con il pre-ridotto se rende il processo meno inquinante, in ossequio agli indirizzi europei e alle  linee guida della conferenza sul clima di Parigi sulla “decarbonizzazione”. È usato in Medio Oriente, dove abbonda il gas naturale, e in alcune siderurgia americane ed europee. Tuttavia è complementare ad altri tipi di produzione più pesante ed da solo non sarebbe in grado di sostituire l’intero impianto tarantino, al quale dovrebbe giungere gas in quantità.  Un’Ilva siffatta, dunque, non sarebbe più il maggior stabilimento a ciclo integrato d’Europa e dovrebbe posizionarsi in un mercato già occupato da altri concorrenti, riducendo il numero di dipendenti: stime parlano di almeno 2500 addetti. Altrimenti c’è l’ipotesi spezzatino. Cessione degli impianti del Nord o altri servizi.  Da mesi lo skyline del siderurgico restituisce l’immagine di un pachiderma complesso dormiente. Il grande altoforno è in sonno, le navi mercantili non puntellano più l’orizzonte tarantino. Baruffe giudiziarie, pressioni estere, risposte inadeguate lasciano l’Ilva e i suoi attuali timonieri, senza un approdo sicuro.

A chi serve l’acciaio

acciaioL’eccesso di capacità produttiva di prodotti siderurgici nel mondo e in Europa è un fatto oramai dato per scontato da operatori, manager e autorità nazionali e sovranazionali. La chiusura del più grande stabilimento a ciclo integrato d’Europa, ovvero l’Ilva di Taranto, è stata in passato invocata dalla banca svizzera UBS, in un report del 2014, come la panacea per ridurre in modo strutturale del 20-30% la sovracapacità europea e dare margini maggiori ai gruppi concorrenti.

Ma l’Italia può permettersi di perdere lo stabilimento che, a regime, soddisfaceva il 40% del fabbisogno nazionale, soprattutto di prodotti laminati, e comprare tutto all’estero? In linea teorica si, in pratica sta già accadendo stante la sofferenza conclamata del siderurgico tarantino e la riduzione della qualità (lo sfrido) dei prodotti da esso venduti. A settembre dello scorso anno le importazioni italiane hanno superato per la prima volta la produzione interna (9,5 milioni di tonnellate contro 7,7), mentre l’Italia usciva dalla top ten dei paesi siderurgici. Tra gennaio e settembre dell’anno scorso le importazioni di prodotti piani (coil, nastri, lamiere, ecc.), Cioè il piatto forte di Ilva, dai paesi extra-europei sono aumentate del 54,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, dice Federacciai, in particolare da Russia, Ucraina e Cina; che è per capacità produttiva installata un potenziale monopolista mondiale del settore. A quale prezzo? Il costo dei prodotti cinesi è a volte inferiore addirittura del rottame, secondo alcuni operatori. Ma la qualità del prodotto non è eccelsa, i tempi di consegna sono più lunghi, mentre i tempi di pagamento più stretti. All’Ilva si potevano ricevere prodotti con 10 giorni di anticipo (dalla Cina serve un preavviso di almeno 90 giorni), le industrie italiane potevano pagare l’Ilva a 80 giorni, mentre un produttore estero non concederebbe facilmente dilazioni.

I produttori dei Paesi Emergenti godono di vantaggi competitivi naturali (basso costo delle materie prime e dell’energia, minori costi del lavoro, modesti o nulli vincoli ambientali) che le siderurgie dei Paesi sviluppati non hanno o non hanno mai avuto. Un cambiamento geografico che da tempo ha spinto alcuni grandi gruppi come la tedesca Thyssen-Krupp, a spostarsi in massa sugli acciai speciali, a maggiore valore aggiunto. È dunque una riconversione totale che serve all’Ilva, diventare da produttore a ciclo integrato a produttore di acciaio speciale da forno elettrico o simili? L’ipotesi di produrre acciaio servendosi del preridotto di ferro, un semilavorato che si ottiene dal trattamento di materiale ferroso con monossido di carbonio e idrogeno, è sul tavolo fin da quando era commissario Bondi. Ora sta tornando in auge, ma avrebbe costi rilevanti (si stima tra i 3-4 miliardi) anche in termini di riduzione delle maestranze.

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Il 9 luglio 1960 viene posata la prima pietra dell’Italsider, il più grande stabilimento siderurgico italiano. Per la sua costruzione vengono estirpate decine di migliaia di alberi d’ulivo; un popolo di formiche viene impiegato nell’edificare una cattedrale industriale a pochi passi dalle estreme propaggini della città di Taranto. Il primo altoforno entra in funzione il 21 ottobre 1964, il secondo il 29 gennaio 1965. Dopo una fase di rodaggio, 10 aprile 1965 presidente della Repubblica Giuseppe Saragat inaugura ufficialmente il quarto centro siderurgico del Paese (quarto in ordine di tempo, dopo quelli di Cornigliano, Piombino e Bagnoli), il più grande di tutti.

Io sono qui per solennizzare l’entrata in funzione di un grande stabilimento industriale. E anche in questa occasione voglio recare agli italiani del mezzogiorno assicurazione che lo Stato ha preso effettivamente seriamente coscienza della realtà meridionale e si adopera per mutarla” G. Saragat.

Installare l’industria pesante laddove (non solo a Taranto, ma in un’area molto più ampia) la riforma agraria non aveva dato i suoi frutti, non potendo assicurare un lavoro a tutti, né tantomeno arrestare l’emigrazione verso il Nord. Ecco cosa si poteva leggere chiaramente dietro le parole del primo Presidente socialista democratico. A Taranto c’era il porto, ma soprattutto c’era già una città militare-industriale di 170.000 abitanti sorta intorno alla base della Marina e all’Arsenale, e attraversata da una violenta crisi occupazionale.  Il disfacimento della produzione bellica e il ridimensionamento dei cantieri navali avevano già segnato la città moderna sorta pochi decenni prima accanto alla città vecchia in cui per secoli la vita era stata racchiusa in un dedalo di vicoli e in un  gomitolo di case accatastate le une sulle altre.

Per non morire Taranto chiese in massa il Quarto centro siderurgico. Chiesero in massa alla sua edificazione la città vecchia e quella, gli operai e pescatori, i proprietari dei terreni e mediatori politici, una borghesia da sempre apatica e una Curia da sempre supplente di altri poteri. Chiesero tutti la manna dal cielo di decine di migliaia di “posti fissi” sotto le ciminiere. Il centro siderurgico costò quasi 400 miliardi di lire. Finì con l’occupare prima 600 e poi 1500 ha di superficie, per un’estensione pari al doppio dell’intera città. Da quel momento in poi fu la città a crescere e modellarsi intorno alla fabbrica. Furono i tempi e i ritmi della fabbrica a scandire ti empi e i ritmi del tessuto urbano. Il mito dell’industria si radicò e rafforzò ulteriormente. È stato così fino alla fine degli anni 80, quando il sistema delle Partecipazioni statali, che reggeva l’industrializzazione di Stato, ha iniziato a mostrare le sue crepe.

La percezione del disastro ambientale è divenuta cosa comune solo in seguito. Oggi Taranto appare una città molto fragile, incapace di gestire l’industrializzazione caotica che l’ha permeata. Solo col passare degli anni ci siamo accorti di cosa effettivamente comportasse il fatto che l’enorme area industriale sia stata costruita in una posizione realmente attaccata alla città, senza soluzione di continuità, senza una zona cuscinetto ad arginarmi l’impatto. La percezione della insostenibilità di tutto ciò, anche per i suoi abitanti, si è fatta strada solo in seguito – con il dilagare, in particolare, di malattie che paiono legate al ciclo della produzione.

Nel giugno del 1965 Alessandro Leccese, ufficiale sanitario negli anni in cui l’Italsider venne costruito, scrisse nel suo diario privato: “Quando, per l’aggravarsi della situazione, sono intervenuto, in qualità di ufficiale sanitario, con un’ordinanza indirizzata al Direttore del centro siderurgico e al Presidente dell’area di sviluppo industriale, È successo il finimondo, perché quest’ultimo che tra l’altro e segretario provinciale della Dc, si è sentito leso nella sua insindacabile sovranità. Si ritiene tanto potente da poter condizionare anche le decisioni del Prefetto come accadeva all’epoca del “famigerato regime”, tra il Federale e il Prefetto. Per lui non conta la tutela della città da un grave danno ecologico, contano la difesa del prestigio personale e gli interessi di alcuni esponenti politici, che ritengono di poter disporre a loro piacimento delle sorti del nostro territorio, come si trattasse di una colonia africana da sfruttare”. Questo diario è rimasto nel cassetto dello studio di Mimmo Nume, presidente dell’ordine dei medici di Taranto; con tutta evidenza, le basi del disastro ambientale, e della concomitante devastazione politica cittadina, sono state gettate allora.

Nel 1971 Antonio Cederna scriveva sul Corriere della Sera: “Quello tarantino è un processo barbarico di industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sottovento”. Ciononostante alla metà degli anni 70, si procedette raddoppio del centro siderurgico che portò gli assunti diretti al numero esorbitante di oltre 20.000 dipendenti e quelli dell’indotto a oltre 15.000. Il raddoppio estese ulteriormente la superficie della fabbrica.  Le basi del vero gigantismo industriale, che oggi rendono di fatto complicatissimo qualsiasi via di uscita del caso Taranto, sono state gettate allora. Walter Tobagi nel 1979 scrisse che il vero protagonista della storia dell’industrializzazione in riva allo  Jonio è il “metal-mezzadro”: cioè il metalmeccanico che lavora nello stabilimento Italsider grande due volte mezzo alla città e che abita nei paesi della provincia E trova il tempo per coltivare il pezzo di terra. Sul 30.000 stipendiati della grande industria del sud, almeno la metà appartiene questa categoria.  Quella di Taranto è stata in realtà una classe operaia a metà. Meno politicizzata, È integrata, di quella della Fiat., Per quelle decine di migliaia di ex braccianti e piccoli contadini strappati ai campi e gettati nelle periferie della città che si ingrandiva, così come per coloro i quali sono rimasti a vivere nei paesi di provincia e hanno passato una vita a bordo delle corriere che li congiungono allo stabilimento, la fabbrica non è stata solo un mito. È stata anche un luogo all’interno della quale, nei momenti migliori, hanno preso consapevolezza dei propri diritti, tenendosi alla larga dai gorghi del non-lavoro. Ciò su cui Tobagi aveva pienamente ragione è il carattere di “cattedrale nel deserto“ dello stabilimento tarantino. L’indotto che si è creato intorno, e che sarebbe dovuto essere, anno dello sviluppo locale, assunto le sembianze di una metastasi parassitaria sempre più ramificata. L’azienda tipo ai piedi dell’Ilva non ha mai pensato alla trasformazione dell’acciaio, Piuttosto si è limitata fornire manutenzione, pulizie, servizi secondari alla grande madre, e questo fotografa impietosamente il grado di passività dell’imprenditoria locale. Quanto alla metà degli anni 90 il sistema implose, l’unica soluzione fu quella di consegnare lo stabilimento al gruppo Riva, che impose da subito un nuovo modo di governare il colosso industriale, tra il ricorso sistematico alle nuove assunzioni (previa assicurazione che i nuovi assunti non si iscrivessero ai sindacati), incentivo degli straordinari, e la clamorosa istituzione per i dipendenti recalcitranti di un reparto-confino all’interno della Palazzina Laf.

Ciò che più sorprende, in questa bolla di anomia industriale che si andava rapidamente edificando, non era tanto il disastro ambientale (che è divenuto pienamente inaccettabile solo in seguito), ma l’alto numero di incidenti – spesso mortali, spesso incredibili nelle loro dinamiche – al suo interno. Ciò che più stupiva era il silenzio dei nuovi operai, i figli e i nipoti dei metalmezzadri di Tobagi. Ho sentito dire da un  nuovo assunto in cokeria che preferiva un posto di lavoro al tumore :“tanto il tumore, se ti viene, viene dopo, e comunque, se vivi qui, te lo prendi anche se non lavori”.  Non c’erano alternative, né pubbliche né private, alla svendita del gruppo Riva alla metà degli anni ’90, a meno ché non si volesse procedere subito alla dismissione come a Bagnoli. Così si disse allora. Oggi, dopo 17 anni di sistema-Riva e tre di commissariamento dell’azienda, il nodo scorsoio della storia sembra di stringersi esattamente nello stesso punto. Il grande stabilimento siderurgico è più una  patata bollente di cui liberarsi, che non il possibile fulcro di una progettazione più ampia. Perché pensa che la fabbrica possa essere ancora trasformata (e che da tale trasformazione possa discendere il raggiungimento di un punto di equilibrio tra difesa dell’occupazione e tutela della salute), un percorso di bonifiche e interventi è stato tracciato, ed è stata paventata anche la creazione di un ibrido che affianchi all’attuale ciclo integrale  cokeria-agglomerato-altoforno, uno nuovo che prevede l’utilizzo del pre-ridotto e dei forni elettrici. Negli ultimi decreti Ilva sono stati stanziati 800 milioni di Euro: un investimento comunque massiccio, se si pensa che il premier aveva ritenuto possibile recuperare 1.200 milioni di euro sequestrati ai Riva in Svizzera in un processo per frode fiscale, prima che il Tribunale di Bellinzona si opponesse al trasferimento. Il vuoto imprenditoriale che in Taranto vive oggi, esattamente come 20 anni fa, è semmai un altro. Da una parte, il governo ha annunciato la vendita dello stabilimento entro il giugno prossimo, e per agevolare la cosa ha stabilito il rinvio dell’applicazione del piano ambientale. Dall’altra però non ci sono -almeno al momento -grossi gruppi italiani o stranieri disposti a rilevare l’Ilva così com’è per realizzare tutte le trasformazioni auspicate e rimetterla sul mercato. Nessun imprenditore dalle spalle tanto larghe si è finora fatto seriamente avanti. Così, alle spalle di questo vuoto istituzionale imprenditoriale, sembra pervasa da una strana calma. Apparentemente apatica, Taranto è una città che sa accendersi per poco. Basta cogliere i segni. E ricordare i modi in cui lo spaesamento collettivo può sempre trasformarsi in protesta improvvisa. C’è preoccupazione in fabbrica, la sensazione è che, qualsiasi cosa accada, non si riusciranno a mantenere gli stessi livelli occupazionali. Ci saranno degli esuberi. Al momento in Ilva lavorano 11.200 dipendenti, a cui vanno aggiunti i 3000 dell’indotto. Poiché, in seguito alla fermata di alcune aree della fabbrica, si producono 17.000 t al giorno (anziché 30.000), il contratto di solidarietà ha riguardato negli ultimi anni oltre 4.000 dipendenti.

Nonostante il ridimensionamento rispetto alla fabbrica di Stato, l’Ilva continua a essere il primo insediamento industriale del Paese, e poiché intorno c’è una provincia, in cui la somma di disoccupati e inoccupati supera stabilmente la soglia del 50% dell’intera forza-lavoro, quello che un po’ eufemisticamente si continua a chiamare “ricatto occupazionale” assume da queste parti tinte fosche. Anche per questo, per l’assenza di alternative concrete, è molto difficile da progettare un futuro che vada aldilà della “monocultura siderurgica”. Per questo motivo il sindacato dovrebbe avere “il coraggio di confrontarsi con la trasformazione della fabbrica”. Ma poi ci rendiamo subito conto di quanto sia maledettamente difficile mettere in piedi un’assemblea sindacale all’interno dello stabilimento. L’Incertezza produce indifferenza, passività, più che rabbia. In questi ultimi anni, quelli del commissariamento, all’incertezza sul futuro si aggiunta quella percepita dagli operai nella gestione quotidiana della fabbrica. Con il cambiare dei commissari, sono stati costantemente rinnovati anche gli alti vertici della fabbrica. Inoltre l’azienda ha deciso di mettere in solidarietà, per fare cassa, anche gli addetti alla sicurezza. Non è un caso che l’incidente siano ripresi con una certa frequenza. Dal 1995 ad oggi, sfogliando i fogli bianchi, ci accorgiamo che sono morti 22 operai tra i dipendenti diretti dell’acciaieria e 12 tra quelli dell’indotto. Dal 2012, da quando sono iniziati i vari commissariamenti, i morti sono stati rispettivamente quattro nello stabilimento e due nell’indotto.

sentieriPoi c’è la questione sanitaria, che in tutti questi mesi sembra essere rimasta in un angolo, per quanto sia stata impietosamente fotografata dall’inchiesta Sentieri. I dati relativi al periodo 2003-2009 sono impressionanti: + 14% di mortalità per gli uomini, e +8% per le donne, per tutte le cause di malattia rispetto alla media in Puglia.

Per gli uomini in particolare: +14% per tutti i tumori, +14% per le malattie circolatorie, +17% per quelle respiratorie, +33% per i tumori polmonari, +419% per i mesoteliomi pleurici.

Per le donne: +13% per tutti tumori, +4% per le malattie circolatorie, +30% per i tumori polmonari, +211% per i mesoteliomi pleurici.

Per i bambini si registra un incremento del 20% della mortalità nel primo anno di vita rispetto alla media pugliese, che diventa 30-50% per la contrazione di malattie di origine perinatale che si manifestano oltre il primo anno di vita.

Credo che ormai il luogo comune del “coniugare salute e lavoro” si sia ampiamente dimostrato un approccio inefficace quanto dannoso. In realtà si continuano a misurare il valore tra loro incompatibili con unico metro, mentre invece ciascuno di essi esprimono grandezze differenti. Lo stato delle cose, comunque lo si voglia guardare, rimane grave. C’è un oggettivo incremento di patologie legate all’inquinamento ambientale, soprattutto in età pediatrica; e purtroppo l’approccio epigenetico fa presagire un lento e progressivo incremento. Se ne ammaleranno sempre di più, In buona sostanza, ma a dispetto di tutto ciò l’offerta di salute sul territorio è ancora strutturalmente inadeguata. Le coniugazioni spettano ad altri, ammesso che siano capaci di declinarle. Noi medici possiamo auspicarle, a patto però che non siano mai espressa in termini dirischio accettabile”.

Comunque una cosa è chiara almeno da un paio di anni a questa parte, Che la fabbrica resti al suo posto), che venga svenduta a una cordata italiana o a qualche multinazionale asiatica in ascesa, Taranto deve comunque uscire dalla “monocultura siderurgica” che nell’ultimo mezzo secolo non ha fatto altro che alimentarsi dalle sue stesse viscere. Ma come se ne esce davvero, aldilà dei facili slogan? Il porto è n crisi, dal momento che il 75% della sua movimentazione era generato proprio dall’Ilva. Con il netto calo della produzione, le ripercussioni sono state inevitabili. A ciò va aggiunto che i cinesi della Tct, gestori del terminal, hanno preferito sbaraccare e andarsene al Pireo. Così negli ultimi anni il volume dei movimenti se praticamente dimezzato. Bisogna intensificare le operazioni di import-export e le attività logistiche nell’area retro portuale. Occorre attrarre nuove imprese che decidono di lavorare nell’area, e non puntare solo sull’imprenditoria locale. Altro tassello su cui puntare è la riutilizzazione delle vaste aree della Marina Militare ormai cadute in disuso. La Taranto moderna è stata pensata dalla Marina nel primo novecento, molto più che dall’Italsider nel secondo. Prova ne è che per buona parte della città l’accesso al Mar piccolo, il mare interno,è da sempre vietato da un muraglione alto diversi metri che separano l’Arsenale e la base dal resto dell’abitato. S’oggi che la marina sta progressivamente di smettendo la propria presenza lungo il Mar piccolo, concentrandosi invece in una zona del Mar grande, una vasta area finora rimasta bloccata (e allo stesso tempo esente dalla speculazione edilizia) verrà liberata. La stessa autorità portuale sta lavorando a un progetto che riguarda la vecchia Stazione torpediniere. L’obiettivo è quello di fare nuova stazione dove far attraccare barche private e yacht. Non solo: allo stesso tempo è possibile utilizzare l’area alle spalle delle banchine per 1 museo del mare e l’organizzazione di mostre. Ovviamente dobbiamo rendere il museo un luogo vivo, la caffetteria che vorrebbe costruire nell’antico chiostro, dei lavoratori con i bambini si giochi dell’antichità, su come abbattere quella sorta di quarta parete che si andata creando tra reperti fuori da tempo e il presente della città. Taranto è una città sventrata, corrosa dai vuoti urbani. Ci sono le scuole in disuso e le aree dismesse della marina, vicoli della città vecchia in preda al degrado, intere file di palazzi sfitti nel Borgo, e poi cantieri bloccati nel tempo, vecchi hotel abbandonati e non più protetti dalle lamiere di cinta. Lo spopolamento sta ferrando anche il cuore nevralgico della città.

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