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Il nuovo linguaggio della medicina

Nel primo anno di studi universitari gli studenti di medicina apprendono nuove parole e memorizzano un nuovo vocabolario come se si studiasse una lingua sconosciuta. Oggi i medici stanno imparando un nuovo linguaggio con l’acquisizione di parole che sembrano familiari, ma che in realtà suonano estranee. I pazienti non sono più definiti come tali ma diventano clienti o consumatori; i medici e le infermiere diventano operatori sanitari (providers). I media ed i giornali medici hanno adottato questi termini, che tuttavia non sono dei sinonimi. Ma che cosa ha determinato l’uso di questo nuovo vocabolario?
Siamo all’interno di una grave crisi economica e gli sforzi che si stanno facendo nel riformare i sistemi sanitari sono rivolti essenzialmente a controllare e frenare la spirale dei costi; di conseguenza molti economisti e managers che hanno proposto che le cure dei malati dovrebbero essere standardizzate secondo un processo di aziendalizzazione della sanità. Gli ospedali ed i clinici debbono pertanto adeguarsi alle logiche dell’industria moderna ed il linguaggio deve di conseguenza modificarsi secondo questo nuovo ordine. Queste le considerazioni critiche che Hartzband e Groopman dell’Harvard Medical School di Boston riportano in un recente articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine. La relazione medico – paziente, secondo questa logica, rischia di trasformarsi in una sorta di transazione commerciale: il cliente è un acquirente compratore ed il medico è un rivenditore. In effetti l’aspetto finanziario sotteso ad una cura medica – che pure è presente – costituisce solo una minima parte del rapporto medico-paziente; per il malato è la parte meno significativa. Le parole cliente e provider sono da considerare come ispirate ad un concetto riduzionista, in quanto ignorano gli aspetti relazionali essenziali di ordine psicologico ed umanistico. Inoltre in questo nuovo linguaggio viene ignorata ogni dimensione di expertise, abilità e specializzazione, elementi che dovrebbero permettere al medico di fornire al paziente l’aiuto necessario per conoscere la propria malattia ed i possibili rimedi. Il termine provider inoltre orienta verso un concetto di erogazione di prestazioni pre-definite e non verso interventi personalizzati e ritagliati sulle caratteristiche dei singoli pazienti. L’introduzione di queste parole nel mondo medico rischia inoltre di far scomparire alcuni concetti, per esempio quello di buon senso clinico che viene a cadere completamente in disgrazia a fronte dell’affermarsi della evidence based medicine (intesa come pratica medica basta su dati scientifici). Ma l’uso del buon senso clinico permette di valutare criticamente i dati raccolti negli studi scientifici e di applicarli in modo corretto al singolo paziente durante la pratica professionale nel mondo reale. La cura del malato non può essere ridotta ad una mera esecuzione di procedure contenute in manuali operativi secondo linee guida prefissate. Ed in fondo anche le linee guida cliniche formulate da esperti, sulla base dei dati scientifici disponibili, mantengono un core ineludibile di soggettività (il cut off al quale trattare o non trattare o la valutazione del rapporto rischio-beneficio riflettono spesso le preferenze degli esperti che scrivono le raccomandazioni). Il rischio di queste logiche è quello di una riduzione della professionalità dei clinici. Quando un individuo si ammala desidera essere curato come persona con un approccio individualizzato, e non come un cliente che paga. Il nuovo linguaggio della medicina rischia di spostare l’attenzione dal bene del singolo malato alle esigenze del sistema sanitario ed ai suoi costi. Le logiche di mercato e le parole mediate dal mondo industriale sono utili per gli economisti, ma non aiutano il clinico a ridefinire il suo ruolo e promuovere la sua professionalità.


Hartzband P, Groopman J. New Engl J Med 2011; 365: 1372

 

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