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Fecondazione medicalmente assistita, eterologa

eterologa2La determinazione di avere o meno dei figli attiene alla sfera più intima ed intangibile della persona umana, anche se esercitata mediante il ricorso a tecniche di PMA di tipo eterologo. Il divieto di accesso a queste tecniche incide sul diritto alla salute, nell’accezione fatta propria dall’OMS secondo cui “il possesso del migliore stato di sanità possibile (sul piano fisico, psichico e sociale) costituisce un diritto fondamentale di ogni essere umano.”

Il 9 aprile 2014 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’art. 4 della legge n.40 del 2004 nella parte in cui poneva il divieto assoluto di fecondazione medicalmente assistita di tipo eterologo (comma 3).

E’ importante ricordare che la legge 40 disciplina la materia partendo dal presupposto che la procreazione medicalmente assistita sia consentita solo quando non ci siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità (art. 1, comma 2). Queste norme portavano ad un vero e proprio paradosso: da un lato si escludeva l’accesso alle coppie che non presentavano problemi di sterilità, mentre dall’altro si impediva il ricorso alla PMA di tipo eterologo alle coppie in cui uno dei due componenti fosse stato completamente sterile.

A questo deve aggiungersi anche una palese violazione del divieto di discriminazione perché di fatto si configura un diverso trattamento delle coppie, in ragione della loro capacità economica, che impedisce l’esercizio di un diritto fondamentale solo a quelle prive delle risorse finanziarie necessarie per poter fare ricorso a queste tecniche recandosi in altri paesi.

Secondo la Corte costituzionale inoltre non ci sarebbe un vuoto normativo perché risulteranno applicabili tutte le norme della legge 40 non abrogate dalla sentenza e le norme contenute nel decreto legislativo n. 191 del 2007 sulla donazione di tessuti e cellule umane.

eterologa3Per quanto riguarda invece gli ambiti non coperti dall’interpretazione di norme già esistenti, come ad esempio il numero delle donazioni, la Corte ritiene che il problema sia risolvibile attraverso un aggiornamento delle Linee Guida da parte del Ministero della salute tramite un suo decreto. Il Ministro Lorenzin ha però fatto sapere che non intende aggiornare le linee guida senza prima aver svolto una discussione in sede parlamentare.

Le regioni intanto però si stanno organizzando e, di fronte all’incertezza, hanno raggiunto un accordo per evitare che il problema del diverso trattamento dei pazienti sul territorio nazionale. I punti cardine dell’accordo sono così riassumibili:

  • la fecondazione eterologa sarà inserita nei livelli essenziali di assistenza Lea, quindi erogata dai centri pubblici gratuitamente o con il pagamento del ticket.
  • limite massimo di 10 nati per donatore con deroga se la coppia che ricorre all’eterologa ha già avuto figli dallo stesso donatore.
  • l’età dei donatori dovrà essere tra i 20 e i 35 anni per le donne e tra i 18 e i 40 per gli uomini. Per la donna ricevente invece il limite è di 43 anni, quando ancora in età fertile.
  • la creazione di un registro regionale dei donatori che resteranno anonimi e che si impegneranno a donare in una sola regione fino a quando non verrà attuato un registro nazionale.

Per quanto sia apprezzabile il tentativo da parte delle regioni di dotarsi di una disciplina coordinata, è importante dire che questo accordo non ha nessun valore normativo.

Ma soprattutto, per il momento, le questioni più delicate e controverse rimangono senza risposta:

  • la possibilità o meno da parte del personale sanitario di selezionare le caratteristiche fenotipiche del donatore per assicurarne la compatibilità con quelleeterologa dei riceventi
  • l’accesso ai dati clinici del donatore
  • il bilanciamento tra il diritto all’anonimato del donatore e il diritto del nato a conoscere le proprie origini

Ma questo Parlamento è in grado di rispondere a queste istanze attraverso un dibattito libero da pregiudizi ideologici e religiosi?

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