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- Debito pubblico: tutta colpa dei cittadini? – (seconda parte)

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La maggior parte dei media afferma che il debito è eccessivo perché “gli italiani hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità” e perché c’è troppa spesa pubblica. Quindi occorre tagliare i servizi pubblici, rivedere le pensioni, ridurre i costi per la sanità e per l’istruzione. Tutto questo, ovviamente, accompagnato da privatizzazioni e liberalizzazioni; spetta al privato occuparsi di tutti quei servizi che allo Stato costano troppo.

Affidiamoci ai mercati e riduciamo le spese  per aggiustare i conti pubblici; ma siamo sicuri che questa sia la soluzione?

Dal mio punto di vista la scuola e il sistema sanitario  pubblico non devono essere considerati costi, ma un sistema di redistribuzione delle risorse e la base stessa su cui si basa la società.

Il debito eccessivo diventa il problema prioritario per il Paese e questo giustifica qualsiasi manovra, pur impopolare e pesante; ma il problema è veramente il debito eccessivo ed il rapporto insostenibile tra debito e PIL? Tra il 1993 ed il  1995 questo rapporto è stato di poco superiore al 120%. Perché nessuno, politici, economisti, universitari, giornalisti , ha segnalato il problema, mentre a fine 2011, tutti hanno gridato allarmati che l’imperativo era ridurre il rapporto debito/PIL per evitare il tracollo? Una spiegazione plausibile potrebbe essere che il problema non è il debito di per sè “insostenibile”, ma piuttosto l’aumento degli interessi da pagare, ovvero l’aumento dello spread con i Bund tedeschi.

Se vogliamo fare un po’ di storia dell’Italia e del suo debito possiamo addirittura partire dal 1861 quando i primi governi decidono di riconoscere i debiti pregressi degli Stati che vanno a costituire il Regno d’Italia, ovvero il grosso debito dello Stato piemontese contratto con le potenze finanziarie della Francia.

Da allora in poi lo strumento del debito pubblico è sempre stato un fattore importante delle politiche pubbliche e veniva premiato anche fiscalmente riletto agli investimenti finanziari. Gli stessi mercati finanziari sono nati in Italia principalmente per ricollocare il debito pubblico e raramente l’Italia ha coperto le spese con le entrate.

Poi negli anni ’80 si è affermata la dottrina neoliberista in USA ed in altri Paesi accompagnata dalla liberalizzazione dei flussi di capitali, permettendo ai risparmiatori di indirizzare i propri risparmi, ovunque nel mondo. Contemporaneamente l’America cambia la propria politica monetaria per attrarre capitali dall’estero, garantendo interessi sui suoi titoli di Stato superiori al 10%. L’italia, così come tanti altri Stati, è costretta ad inseguire per attrarre i capitali liberi di spostarsi nel mondo; questo fa aumentare i tassi di interesse e peggiorano i conti pubblici.

A questo si accompagna una riduzione delle tasse sui redditi più alti, perdendo parte della progressività fiscale sancita dalla Costituzione. Come tassare i grandi capitali che possono spostarsi in ogni parte del mondo, senza correre il rischio di perderli? Questo provoca una forte riduzione delle entrate fiscali dovute alla mancata tassazione delle grandi imprese e delle persone più facoltose che a loro volta reinvestono solo una piccola parte delle loro entrate in consumi, investendo la maggior parte di queste ricchezze sui mercati finanziari e in Titoli di Stato.

I soldi pubblici, cioè quelli versati in massima parte dai lavoratori dipendenti, vanno in misura sempre maggiore a pagare gli interessi sul debito, che è in mano ai grandi patrimoni. Con questo meccanismo il debito pubblico, invece di uno strumento di politica economica, attuato per l’interesse pubblico, diviene progressivamente una specie di welfare al contrario.

In definitiva il debito pubblico in Italia è diventato così imponente, non in seguito ad una spesa eccessiva per il welfare o per i servizi sociali, ma per altre cause:

1° la globalizzazione dei mercati a la liberalizzazione di quello dei capitali.

2° la riduzione delle entrate dovute ad una gigantesca evasione fiscale e all’economia sommersa.

3° un aumento delle spese per anni di cattiva gestione e per la corruzione e le clientele con spese in gran parte improduttive.

E’ la stessa finanza che approfitta di questi Stati in difficoltà per guadagnare scommettendo sul fallimento di interi Paesi; non conviene speculare sui titoli di Stato tedeschi che hanno un rendimento poco variabile, molto più divertente scommettere sui titoli volatili delle nazioni in difficoltà: Grecia, Italia, Irlanda. Questi, avendo forti instabilità, attraggono gli squali della finanza. La tecnica speculativa più utilizzata è quella della “vendita allo scoperto”, che permette di scommettere sulla perdita di valore di quel titolo: l’importante non è che il titolo aumenti o scenda di valore, l’importante è che il titolo sia “volatile”. Questo attira gli speculatori ed aumenta la quantità di titoli che vengono comprati e venduti, aumentando le scommesse sul debito italiano; ciò provoca una instabilità maggiore che attira altri speculatori e così avanti alimentando la spirale speculativa.

Si possono utilizzare i derivati per scommettere su un evento futuro come il fallimento di ha emesso quei titoli. Posso anche assicurarmi contro il defaut di uno Stato o di un impresa, attraverso i credit default swaps (CDS). Ad esempi acquisto un CDS contro il default dell’Italia, se la situazione economica del Paese peggiora, aumentano le possibilità di default, quindi aumentando il rischio, aumenta anche il prezzo dei CDS che assicurano il rischio.

La cosa peggiore è che tutti possono mettersi a scommettere attraverso i CDS e le vendite allo scoperto senza che lo Stato abbia difese adeguate.

Nel 1991, circa il 94% del nostro debito pubblico  era nelle mani di soggetti residenti in Italia, attualmente più della metà del debito pubblico è nelle mani di soggetti esteri: questo rende il nostro Paese più esposto alla speculazione e all’instabilità dei mercati internazionali. Senza considerare che decine di miliardi di euro escono dall’Italia sotto forma di interessi su questa parte di debito.

Quindi il debito pubblico è diventato un problema nel 2011 in seguito alla crisi finanziaria del 2008, a causa dei giganteschi piani di salvataggio della finanza privata, con aumento della concorrenza sui mercati dei titoli di Stato e, soprattutto, per la totale mancanza di regole che consente alla finanza di continuare a speculare.

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