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- Debito pubblico: tutta colpa dei cittadini? – (prima parte)

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Nel 2008 ci hanno dettoche le banche non potevano fallire e, per questo motivo il costo del salvataggio e dei loro debiti è stato riversato sugli Stati. Anche gli Stati non possono fallire ed allora il costo viene trasferito sui cittadini. Il problema che dopo i cittadini non c’è nessuno su cui scaricare questa massa di debiti, quindi sono loro a dovere fallire per i disastri combinati dalla finanza speculativa solo pochi anni prima.

Le banche sono società per azioni, costituite da capitale di rischio. Il salvataggio pubblico, implicito a qualunque condizione, rende nullo questo rischio. il risultato è che le banche possono assumersi qualsiasi rischio, in quanto hanno la certezza che se le cose vanno bene aumenteranno i loro profitti; se, per caso, vanno male le perdite saranno socializzate. Anche gli Stati non possono fare default ?  Il fatto è che le banche non possono fallire, gli Stati non possono fallire, non rimangono le persone comuni, su cui scaricare il costo economico e sociale di una finanza che gioca alla roulette, di un sistema bancario ombra, di una crescita smista dei debiti ed infine di una massa di denaro circolante grazie ai derivati e alle cartolarizzazioni. La cosa più sconvolgente è che la stessa finanza detta le condizioni con le quali i cittadini dovranno tappare i buchi che la finanza stessa ha creato. Le misure proposte, affondando diversi Paesi nella recessione ed in una possibile depressione, non potranno portare ad altro risultato che quello di un peggioramento della crisi.

In questo momento di crisi, se diminuiscono i redditi delle classi più povere, questo porterà ad una accelerazione della crisi stessa e condurrà il Paese verso una fase recessiva. Tagliare le pensioni e il welfare vuole dire ridurre il potere di acquisto e il reddito delle famiglie; se lo Stato non mi assicura più i servizi il cittadino dovrà pagarli da solo e quindi i suoi soldi non potranno essere utilizzati per altri scopi.

Detto questo si arriva al paradosso che, secondo i burocrati europei, gli Stati coinvolti in questa crisi, dovrebbero rispettare, nel minor tempo possibile il vincoli di Maastricht (vedi il debito massimo pari al 60% del PIL ( Fiscal compact) e, soprattutto inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione.  La domanda da farsi  è se l’Italia debba vincolarsi a dei giganteschi taglia alla spesa pubblica ed a venti anni di rigore nel bilancio e di austerità, per rispettare le direttive di questi burocrati, che sono, in ultima analisi imposte dalla Germania. Senza considerare che oltre agli enormi danni diretti, il peggioramento della situazione provoca  più incertezze sui titoli di Stato e di conseguenza un forte rischio di speculazione contro questi stessi Paesi. Il pareggio di bilancio deve essere inserito nella Costituzione nazionale: il pubblico non può indebitarsi, mentre le banche possono continuare ad operare allegramente; lasciate libere di agire insieme agli altri attori finanziari che hanno provocato la crisi. Si dovrebbe parlare di un pareggio di bilancio delle banche, ma questo non è realizzabile visto che le banche riescono a spostare fuori bilancio nelle banche ombra, la gran parte delle loro attività. Il tutto senza che nessuno dei regolatori abbia qualcosa da ridire: meglio punire con durezza gli Stati e salvaguardare con tutte le attenzioni, fino a premiarlo, in sistema finanziario.

La realtà è che siamo immersi in un pensiero unico neoliberista che dura da trent’anni e che ha fatto sì che le banche,  le università, le istituzioni nazionali e internazionali siano dirette da manager ed esperti che si sono formati con questo pensiero economico. Siamo arrivati ad una vera e propria ideologia. Il privato è bene, il pubblico è male; gli esseri umani si devono adattare alle regole imposte dai mercati e non il contrario.  Siamo lanciati verso una direzione che rischia di trascinare il Paese nel baratro, senza che nessuno di questi esperti o manager sia in grado di frenare ed invertire la rotta.

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