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Convegno Slow Medicine: una rete basata sulla relazione medico-paziente

Da alcuni mesi una nuova realtà aggregativa sta attirando l’attenzione del mondo professionale medico. Si chiama Slow Medicine, nome mututato dalla più celebre Slow Food. Non è un’associazione, bensì un “movimento” generato da un gruppo di esperti di settore (non solo medici; si veda: www.slowmedicine.it) che si è dato tre parole come identikit e vocazione: “sobria, rispettosa, giusta”. La settimana scorsa si è tenuto a Torino il primo Convegno nazionale di Slow Medicine, dopo che a Ferrara durante l’estate si era celebrato l’evento di nascita della stessa. Abbiamo chiesto a Giorgio Bert, medico piemontese tra i fondatori di Slow Medicine, di approfondire per il Portale FNOMCeO i risultati dei lavori.

Dottort Bert: ci vuole riassumere i punti chiave che sono emersi dal primo convegno nazionale di Slow Medicine? Al centro dei lavori si è imposto il binomio medico-paziente come inscindibile, una relazione essa stessa potenzialmente terapeutica, come le neuroscienze stanno oggi dimostrando. La relazione terapeutica richiede quindi competenza tecnica rigorosa e altrettanto rigorosa competenza relazionale. La formazione alla competenza relazionale – che non può essere lasciata alla spontaneità del professionista, ma richiede uno specifico apprendimento – è oggi largamente trascurata a livello accademico. Strumenti necessari come le medical humanities o la medicina narrativa non occupano nel training professionale l’ampio spazio dovrebbero ricoprire. Altri elementi emersi nel corso del Convegno sono stati: l’etica quotidiana, non quella che affronta i grandi temi come il fine vita o la fecondazione assistita, ma i molti piccoli dilemmi etici che il medico si trova ad affrontare tutti i giorni; e ancora: gli aspetti economici, la non equità nell’accesso alle cure, la relazione con persone appartenenti a differenti culture …

La necessità di parlare di medicina “sobria, rispettosa, giusta” appartiene più ad un nuovo atteggiamento culturale o ad una necessità organizzativa? Cioé: è la medicina come l’abbiamo interpretata negli ultimi decenni ad essere entrata in crisi o è il medico?
Quello che è entrato in crisi è il modello medico rigidamente tecnologico: più accertamenti clinici, quindi più farmaci, uguale: più benessere. Solo che pazienti e medici ora sanno che la maggior parte delle malattie non guarisce, che molte di esse non si curano con farmaci (tutt’al più si possono alleviare), che dalla moltitudine di esami raramente nasce un’ipotesi diagnostica (dovrebbe essere vero il contrario!), che non di rado gli accertamenti in eccesso indicano percorsi fuorvianti… Così la crisi riguarda in egual misura medici e pazienti, con un conseguente aumento di conflittualità spesso fuori luogo e di frustrazione da entrambe le parti.
Dopo questo convegno come potremmo definire “Slow Medicine”: un gruppo, un movimento, un manifesto professionale….? Slow Medicine si propone come una rete, uno spazio in cui i professionisti della salute che avvertono il disagio legato ai motivi citati e ad altri ancora possano confrontare le proprie riflessioni e le proprie esperienze con altri operatori. Sono già previste iniziative decentrate in varie località italiane su temi specifici: ad esempio, cosa significa medicina slow in una terapia intensiva neonatale? Nella relazione con il malato morente? Nella comunicazione di cattive notizie? Slow Medicine è un contenitore “leggero”, dinamico, non una struttura rigida che detta regole e norme. Essa fa circolare idee e proposte che nel confronto e nell’interazione si arricchiscono e si definiscono.

L’attuale crisi globale è sia di valori che di strutture. Quale è il contributo che Slow Medicine si sente di dare nel nostro Paese? Il termine “slow”, mutuato da Slow Food – con cui è in atto una stretta collaborazione – non significa in questa accezione “lento” in senso cronologico ma, appunto, sobrio – con chiaro riferimento agli interventi appropriati; rispettoso, dove la voce della medicina espressa dal medico non deve prevaricare la voce della vita portata dal paziente; entrambi infatti sono “esperti”: l’uno della medicina, l’altro di se medesimo e del suo contesto di vita. Le due esperienze devono quindi poter coesistere in armonico equilibrio. E poi c’è l’ultimo termine, giusto: la salute è un diritto di tutti senza ineguaglianze né discriminazioni. Più in generale, Slow è quindi un cambiamento di paradigma e di modelli culturali, in cui la crescita, il consumo, il PIL non costituiscano più valori prioritari in una corsa affannosa senza fine ma un diverso modo di vivere basato sulla sostenibilità, sul rispetto per l’ambiente e per le persone, su un uso “ecologico” del tempo.

22/11/2011 10:57 – Autore: Walter Gatti

 

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