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– Conoscere meglio l’ISIS –

isis2Dietro l’orrore delle decapitazioni, i conti in tasca allo stato terrorista. In meno di due mesi, l’ISIS, fino all’anno scorso, una compagine di spietati terroristi, è riuscita a trasformarsi in uno Stato semi compiuto. Da quando il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi ha proclamato la nascita del Califfato, l’internazionale jihadista ha saputo sviluppare le funzioni tipiche di una entità statuale. A partire dall’amministrazione della giustizia, alla erogazione di servizi come l’erogazione di acqua e gas, fino alla riscossione dei tributi. Questo Stato Islamico riesce ad autofinanziarsi e ad imporre la sua Legge sui territori conquistati. Questo era un sogno rimasto irrealizzato per lo stesso Osama bin Laden e, se non fosse per il fatto di perseguire una espansione territoriale che rischia di logorare le truppe e per l’applicazione ossessiva della sharia che nel lungo periodo rischia di minare il consenso interno, il Califfato siro-iracheno potrebbe essere preso a modello da molti Stati falliti del globo. Alla guida dei Dipartimenti, in cui è diviso lo Stato Islamico, ci sono cittadini iracheni che erano funzionari baathisti o alti ufficiali dell’esercito di Saddam, che erano finiti in carcere in seguito all’occupazione americana. Inoltre ci sono tre consiglieri che fanno parte del gabinetto di guerra, che al-Baghdadi ha conosciuto durante gli anni di prigionia in un campo di detenzione americano in Iraq. Da qui vengono anche i dirigenti governativi che hanno sposato la causa jihadista.

Il territorio tra Siria ed Iraq è stato organizzato con una impostazione di tipo federale: diviso in 12 province semi-autonome e guidate da potenti plenipotenziari detti Vali, come avveniva durante l’Impero Ottomano e del Califfato medievale. A questi viene demandato il mantenimento dell’ordine e la riscossione delle tasse.  Proprio la capacità di autofinanziarsi è una caratteristica essenziale di uno Stato funzionante. Inizialmente Isis dipendeva dal sostegno finanziario di Arabia Saudita, Kuwait e Qatar, oltre a qualche monarchia del Golfo, in particolare la Casa dei Saud che ha finanziato i miliziani che miravano e mirano a rovesciare il presidente siriano Bashar al-Assad, storico alleato di Teheran. In seguito, grazie a rapimenti, conquista dei pozzi petroliferi, e razzie di banche, l’Isis ha accumulato considerevoli riserve finanziarie che gli permettono di muoversi autonomamente, proprio mentre l’impostazione ideologica di al-Baghdadi entrava in conflitto con quella della corona saudita. Inoltre, per anni i governi europei hanno pagato esorbitanti riscatti per ottenere la liberazione dei loro cittadini, finiti nelle mani dei guerriglieri.

Oggi il Califfato possiede il 70% dei giacimenti petroliferi siriani, oltre a pozzi e  due raffinerie irachene che producono circa 500.000isis3 barili di greggio al giorno, con una rendita giornaliera approssimativa di due milioni di dollari. Il greggi viene venduto sul mercato nero a 20-30 dollari al barile in Giordania, Iran e Turchia. E’ proprio la compiacenza di Ankara che permette al petrolio jihadista di transitare vero Nord, per essere acquistato da commercianti e cittadini. Il Califfato riesce poi ad ottenere i tributi, fornendo in cambio ai cittadini, servizi e agevolazioni. Un esempio per tutti: a Raqqa, capitale de facto del jihadistan, ogni due mesi i commercianti versano circa 20 euro in cambio di elettricità, acqua corrente e sicurezza. Cifra molto inferiore alle tangenti corrisposte in passato al regime di Assad. Le principali compagnie di telecomunicazioni versano cifre consistenti per usufruire dei ripetitori installati nelle zone occupate, mentre i cristiani rimasti pagano una tassa di ottomana memoria che a Mosul è di 250 dollari. Attraverso tutto questo, sembra che “in cassa” ci siano circa 2 miliardi di dollari. La maggior parte di questi servono per pagare i 15 mila miliziani che ricevono 600 dollari al mese, essendo l’unica formazione jihadista composta interamente da mercenari. Una parte serve per aumentare il consenso tra la popolazione sottomessa; in particolare attraverso la concessione di sussidi per l’acquisto del pane, dell’acqua e del carburante.

Ciò che può compromettere la stabilità dello Stato Islamico è il rischio di estendere oltre misura l’espansione del suo territorio e la ossessiva applicazione della sharia con il divieto di consumare alcool e di fumare, con la relativa chiusura di bar e caffè nelle città. Inoltre le donne sono state obbligate a indossare il velo integrale e i parchi sono stati interdetti al pubblico. Infine i ladri vengono puniti con l’amputazione degli arti in piazza. Nel medio e lungo periodo questo fondamentalismo religioso rischia di minare la capacità di sopportazione di una popolazione tendenzialmente laica come quella siriana ed irachena.

isisRisulta oramai evidente come l’acqua e il cibo rappresentino delle vere e proprie armi nella guerra lanciata dalle milizie dell’Isis contro il governo di Baghdad e come le grandi masse di sfollati ne siano ostaggio. L’Iraq dipende dai fiumi Tigri ed Eufrate che riforniscono il 98% dell’acqua potabile che serve per gli abitanti, per l’agricoltura e per l’energia elettrica. Sia il Tigri che l’Eufrate nascono in Turcha ed entrambi entrano in Iraq in province controllate dall’Isis. Questi hanno conquistato le dighe strategiche poste sui due fiumi, sbarrandone le chiuse; in questa maniere le città a valle, come Kerbala e Najaf sono rimaste prive di acqua, mentre la città di Abu Ghraib, a monte, è stata inondata. Infine, in Agosto, i miliziani hanno preso la diga di Mosul, la più grande, in grado di produrre 1052 MW di energia elettrica. A questo punto le forze militari USA annodato il loro appoggio ai peshmerga, forze armate della regione autonoma curda, che dopo intensi combattimenti hanno riconquistato la diga. Contemporaneamente lo Stato Islamico controlla le parti settentrionali dell’Iraq, che rappresentano il granaio di questa regione, con un raccolto intorno ai 3,5 milioni di tonnellate di grano. Inoltre gli scontri armati hanno portato al collasso anche il sistema di distribuzione pubblica da cui dipende più della meta della popolazione irachena. Si stima che oltre un milione di persone ha abbandonato i luoghi del conflitto, da quando l’Isis ha iniziato la sua avanzata, ci sono circa due milioni di sfollati in Iraq, mentre nelle province autonome del Kurdistan arrivano profughi da Mosul e Tikrit oltre a coloro che sono fuggiti dalla Siria; stimati in oltre 700 mila. La gran parte di questi sfollati vengono assistiti da familiari, moschee e iniziative caritatevoli.

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