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Cambiamenti climatici : “minaccia globale”

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Conflitti ambientali

Difendere l’ambiente in cui viviamo, lottare per una giusta politica energetica, scardinare l’illusione che l’emergenza rifiuti si risolva con i termovalorizzatori, considerare l’acqua un bene primario e non una merce. Difendere questi principi è populista? Fa apparire come ambientalisti o ecologisti che vanno controcorrente e che non conoscono  le leggi economiche che governano la globalizzazione?

Chi afferma questo limita la sua analisi alla superficie e non comprende che la soluzione politica ed economica del nostro futuro passa obbligatoriamente attraverso la risoluzione immediata dei conflitti legati alle mutazioni climatiche. Per la maggior parte dovute a scelte scellerate di politici ed economisti che hanno pensato al profitto immediato e non al bene comune. Per comprendere quanto affermo, dobbiamo partire dalle operazioni che l’ONU ha messo in agenda con il nome di “Environmental Peacekeeping” . una forza d’intervento sotto il controllo del Consiglio di Sicurezza, una sorta di Caschi Blu, capace di operare sul terreno in funzione di interposizione tra le parti in lotta, in situazioni di “conflitto ambientale”. È ormai convinzione comune che nei prossimi anni il 40% delle guerre che insorgeranno tra gli Stati, saranno collegate alle risorse naturali. Pensiamo ai conflitti in atto per il controllo dei fiumi o per il possesso delle miniere e dei giacimenti petroliferi.

Pensiamo a quei piccoli Paesi sparsi nell’Oceano Pacifico e Indiano, minacciati dall’innalzamento dei mari causato dal riscaldamento globale. Stefhen Marcus, presidente del Nauru, un piccolo stato insulare dell’Oceania, è arrivato ad affermare che: “I cambiamenti climatici rappresentano un pericolo per la pace internazionale”.

Queste mutazioni climatiche sono diventate una maledizione per milioni di persone che vivono nella fascia sub sahariana. Nella totale indifferenza dei media, stanno avvenendo migrazioni bibliche, dovute alla mancanza di acqua e cibo, divenuti insufficienti per il sostentamento. In seguito ai cambiamenti climatici si sta innalzando la linea dell’equatore e questo comporta un ingigantirsi delle zone aride del continente africano. Le previsioni più ottimistiche prevedono la mancanza di piogge fino ad Ottobre 2011. I somali che oltrepassano il confine con il Kenia sono ca. 1.500 al giorno, quattro volte in più di quelli provocati dalla guerra civile negli anni ’90. Quelli che arrivano nei campi profughi sono già fortunati, anche se una percentuale alta di questi muore negli ospedali da campo in seguito alla disidratazione, e la maggioranza di questi ultimi sono bambini. In kenia questo flusso migratorio ha raggiunto le 450mila unità, in maggioranza donne e bambini, che si trovano da anni nei campi profughi di Dadaab.

Per contro l’Europa che va in crisi per alcuni barconi che sbarcano a Lampedusa, in seguito ai conflitti armati che coinvolgono la Libia, come pensa di difendersi quando i flussi migratori dovuti ai cambiamenti climatici porteranno milioni di affamati dalle coste africane verso l’Italia, la Francia, la Germania e l’Inghilterra? A quel punto parlare di tematiche ambientali non sarà più tanto populista, non riguarderà più un’elite di ecologisti new-age. Trovare le soluzioni adesso non è demagogia, è indispensabile ed è la vera sfida per tutti gli economisti ed i politici dei Paesi occidentali !!

I cambiamenti climatici sono la più grande minaccia

globale nei confronti della salute del XXI secolo”

Lancet 2009

 

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